Iran e arsenale ancora intatto: la minaccia resta alta
Nonostante i bombardamenti subiti durante la cosiddetta Guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, l’Iran conserva un apparato militare capace di infliggere danni significativi alle forze statunitensi e agli alleati di Washington nel Medio Oriente. Le valutazioni degli analisti convergono su un punto: Teheran appare indebolita, ma il suo arsenale resta pienamente operativo.
Secondo stime citate dal Wall Street Journal, il Paese dispone di circa 2.000 missili balistici a medio raggio, in grado di colpire Israele, oltre a un vasto stock di missili a corto raggio, droni d’attacco, missili antinave e imbarcazioni veloci armate di siluri. Un insieme di capacità che, nel loro complesso, rappresenta una minaccia diretta per le basi Usa e per le rotte strategiche nello Stretto di Hormuz.
Behnam Ben Taleblu, analista della Foundation for Defense of Democracies, ha sintetizzato così la situazione: “Teheran può essere fragile, ma la sua forza missilistica resta letale”.
Schieramenti Usa e vulnerabilità delle basi nel Golfo
Per rispondere alla crescente pressione iraniana, l’Amministrazione Trump ha dispiegato nella regione la portaerei Uss Abraham Lincoln, affiancata da ulteriori velivoli da combattimento. Sono stati inoltre rafforzati i sistemi di difesa Patriot e Thaad, già impiegati per proteggere Israele durante gli attacchi di giugno.
Ma la sfida è più ampia. Gli Stati Uniti devono difendere circa venti basi terrestri, dalla Turchia al Kuwait, dove operano tra 30.000 e 40.000 militari. Un’area vastissima, difficile da proteggere in caso di un attacco simultaneo.
Secondo diversi esperti, l’Iran punterebbe soprattutto sulle installazioni più vicine alle sue coste, sfruttando la grande disponibilità di missili a corto raggio. Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono, ha confermato che la quantità di vettori a disposizione di Teheran potrebbe mettere sotto pressione le difese americane e dei partner del Golfo.
Le opzioni di Teheran: missili, proxy e pressione economica
Consapevole dell’impossibilità di competere con la potenza militare statunitense, l’Iran ha costruito negli anni una strategia di ritorsione basata su strumenti asimmetrici, capaci di colpire su più fronti.
Sul piano militare diretto, gli arsenali missilistici e la flotta di droni restano il fulcro della deterrenza iraniana. A giugno, dopo un attacco israeliano, Teheran ha risposto con ondate di missili balistici che hanno superato in parte le difese israeliane, dimostrando la resilienza del sistema.
Fonti iraniane sostengono che le scorte siano state ricostituite, mentre Washington continua a considerare questi sistemi una minaccia concreta. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ricordato che tutte le basi Usa nella regione rientrano nel raggio d’azione dei missili iraniani.
Accanto alla forza diretta, resta centrale la rete dei gruppi alleati. Hezbollah in Libano, le milizie irachene come Kataeb Hezbollah e Harakat al-Nujaba, e gli Houthi in Yemen rappresentano leve operative che Teheran può attivare in caso di escalation. Tuttavia, la loro efficacia è oggi limitata da anni di scontri, pressioni politiche e operazioni israeliane.
La leva economica: lo Stretto di Hormuz come arma globale
L’opzione più destabilizzante resta quella economica. Lo Stretto di Hormuz, controllato in larga parte dall’Iran, è il passaggio obbligato per oltre un quinto del petrolio mondiale. Una sua chiusura, anche parziale, potrebbe far impennare i prezzi dell’energia e innescare una crisi globale.
Secondo l’analista energetico Umud Shokri, anche un’interruzione limitata avrebbe effetti immediati sulle catene di approvvigionamento e sull’inflazione internazionale. Una mossa estrema, che danneggerebbe anche l’economia iraniana, ma che resta sul tavolo come strumento di pressione.
Molti Paesi arabi stanno facendo pressione su Washington per evitare un conflitto aperto, consapevoli che un’escalation avrebbe ripercussioni devastanti sull’intera regione.
Un equilibrio fragile che rischia di spezzarsi
Il quadro che emerge è quello di una regione sospesa tra deterrenza e rischio di guerra, con Teheran pronta a usare tutte le carte a disposizione se percepisse una minaccia esistenziale. L’arsenale missilistico, la rete di alleati e la leva economica costituiscono un sistema di ritorsione multilivello che rende complessa qualsiasi opzione militare statunitense.
L’escalation resta dunque possibile, mentre le capitali occidentali – Roma compresa – osservano con crescente preoccupazione l’evolversi di una crisi che potrebbe rapidamente travolgere gli equilibri del Medio Oriente.

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