Negoziati Iran-Usa: Ghalibaf è l’uomo scelto da Trump

Negoziati Iran-Usa: Ghalibaf è l'uomo scelto da Trump

Trattative segrete a Islamabad per la fine del conflitto

I negoziati Iran-Usa procedono su un filo sottile, fatto di canali riservati, smentite pubbliche e intermediari regionali. Donald Trump ha identificato il suo interlocutore privilegiato a Teheran. Non è la Guida Suprema Ali Khamenei, né il figlio Mojtaba — dato per ferito e di fatto scomparso dalla scena dopo gli attacchi iniziali della guerra scoppiata il 28 febbraio scorso. L’uomo che Washington guarda con interesse si chiama Mohammed Bagher Ghalibaf, 64 anni, presidente del Parlamento iraniano dal 2020, generale dei Pasdaran, figura di spicco nel complesso equilibrio di potere della Repubblica Islamica.

Trump lo ha descritto come “il più rispettato”, “un leader”, un interlocutore con cui è possibile fare affari. Un endorsement di peso, pronunciato pubblicamente dal presidente americano, che ha però l’effetto collaterale di mettere Ghalibaf in una posizione politicamente scomoda davanti all’opinione pubblica iraniana.

La guerra e il vuoto al vertice di Teheran

Il conflitto iniziato il 28 febbraio ha ridisegnato i confini dell’influenza iraniana nel Medio Oriente. Gli attacchi condotti da Israele e Stati Uniti hanno colpito obiettivi strategici, seminando incertezza all’interno delle stesse strutture di potere della Repubblica Islamica. Mojtaba Khamenei, erede designato e figlio della Guida Suprema, è rimasto ferito in una delle fasi iniziali del conflitto. Da allora, il silenzio. Trump ha dichiarato apertamente che nessuno sa cosa gli sia successo, che non è “reperibile” e che, di fatto, non lo considera un leader con cui trattare.

Questo vuoto al vertice ha aperto spazi negoziali inediti. Chi comanda davvero a Teheran in questo momento? La risposta di Washington è inequivocabile: Ghalibaf.

Il profilo dell’uomo chiave

Mohammed Bagher Ghalibaf non è un personaggio marginale. È stato comandante della Guardia Rivoluzionaria, capo della polizia, sindaco di Teheran per oltre un decennio e più volte candidato alla presidenza della Repubblica. Ha costruito la sua carriera nell’intreccio tra apparato militare, istituzioni civili e correnti conservatrici del regime. È un uomo del sistema, ma anche uno dei pochi in grado di parlare a più interlocutori contemporaneamente, dentro e fuori l’Iran.

Per Trump, questa combinazione lo rende “ragionevole”. Per la Casa Bianca, che parla apertamente di “cambio di regime” in corso a Teheran, Ghalibaf rappresenta forse il punto di contatto tra la vecchia guardia rivoluzionaria e un assetto di potere post-bellico ancora da definire.

La smentita e il linguaggio del doppio binario

Il 23 marzo 2026, sul suo profilo X, Ghalibaf ha smentito con durezza ogni contatto con gli americani. Ha invocato la punizione degli “aggressori”, ribadito la lealtà incondizionata alla Guida Suprema e accusato Washington di diffondere notizie false per manipolare i mercati petroliferi e finanziari. Non esattamente il tono di chi si prepara a sedere a un tavolo con l’avversario.

Eppure, chi conosce la diplomazia mediorientale sa leggere tra le righe. Le smentite pubbliche convivono spesso con i canali privati. La presa di posizione ufficiale serve a non bruciare consenso interno, a non apparire come chi “tratta con il nemico”. Non esclude — né conferma — che qualcosa si stia muovendo sottotraccia. E i segnali che arrivano da più fronti suggeriscono proprio questo.

I mediatori e il vertice di Islamabad

Tre paesi islamici — Egitto, Turchia e Pakistan — stanno svolgendo un ruolo di mediazione attiva. Hanno trasmesso messaggi tra Washington e Teheran negli ultimi giorni, con i rispettivi ministri degli Esteri che hanno avuto colloqui separati con Steve Witkoff, emissario numero uno di Trump, e con Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano. La struttura è quella classica della diplomazia per “omissione”: nessun contatto diretto dichiarato, tutto filtrato da terzi.

Secondo quanto riferito dal giornalista di Axios Barak Ravid, si sta lavorando per organizzare un incontro fisico a Islamabad, con la delegazione iraniana che includerebbe proprio Ghalibaf. Dall’altro lato del tavolo, oltre a Witkoff, siederebbero Jared Kushner e il vicepresidente Jd Vance. Un confronto di altissimo livello, che trasformerebbe il vertice pakistano in un evento diplomatico di portata storica.

Witkoff e Araghchi: il filo diretto

Nel frattempo, a livello operativo, Steve Witkoff sta tessendo con metodo i fili del negoziato. L’emissario della Casa Bianca ha allacciato contatti diretti con Araghchi, il capo della diplomazia iraniana, che si muove su un doppio binario: risponde alle sollecitazioni di Washington, ma deve farlo senza esporsi pubblicamente in modo da non alimentare la narrativa di chi, dentro il regime, vede nel dialogo una resa.

Una fonte vicina ai negoziati ha fatto sapere che “la mediazione è in corso e sta facendo progressi”, che le discussioni vertono “sulla fine della guerra e sulla soluzione di tutte le questioni in sospeso” e che si attende “presto” una risposta. Parole calibrate, che rivelano più di quanto dicano.

Il nodo del cessate il fuoco

Al centro del negoziato c’è la fine del conflitto, ma attorno ad esso si addensano questioni irrisolte che rendono ogni accordo estremamente delicato. Il programma nucleare iraniano, il ruolo delle milizie proxy, la riconfigurazione degli equilibri regionali dopo le operazioni militari delle ultime settimane: nessuno di questi dossier si chiude con una sola firma. Servono garanzie, sequenze temporali, architetture di verifica.

Trump ha detto che si può arrivare “rapidamente alla fumata bianca”. Un ottimismo che non sempre corrisponde alla complessità del terreno. Ma l’accelerazione dei contatti, la convergenza dei mediatori regionali e l’identificazione di un interlocutore credibile a Teheran segnalano che il processo ha raggiunto una fase più concreta rispetto alle settimane precedenti.

Il paradosso Ghalibaf

Resta il paradosso centrale di questa storia: l’uomo che Trump vuole come interlocutore dice di non voler trattare. L’uomo che Washington considera “il leader rispettato” di un Iran in transizione è lo stesso che, sul suo profilo social, accusa gli americani di fake news e manipolazione dei mercati. È un’asimmetria comunicativa che rispecchia la natura ibrida della diplomazia in tempo di guerra: si tratta mentre si combatte, si nega mentre si negozia, si smentisce per sopravvivere internamente mentre si avanza verso un accordo che, per entrambe le parti, è diventato una necessità.

Il vertice di Islamabad, se si terrà, dirà se l’uomo scelto da Trump è davvero disposto a fare il passo che le sue parole pubbliche sembrano escludere.

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