Teheran smentisce, ma a Washington filtrano segnali di tregua
Un annuncio inatteso ha scosso la diplomazia internazionale. Donald Trump ha dichiarato di aver ordinato la sospensione di ogni operazione militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, citando la presenza di colloqui produttivi in corso con Teheran. La svolta, comunicata attraverso un post su Truth Social, ha rimescolato le carte in un contesto già esplosivo, aprendo uno spiraglio inedito nella crisi tra Washington e Teheran.
Secondo il presidente americano, il tono dei dialoghi è risultato così costruttivo da giustificare il rinvio di un’azione militare che, nelle sue stesse parole, avrebbe potuto “far saltare in aria” le più grandi centrali energetiche iraniane con un singolo attacco. Un impianto del valore di oltre dieci miliardi di dollari, ha precisato Trump, che sarebbe crollato in un colpo solo.
Trump: “Gli iraniani vogliono assolutamente un accordo”
Parlando ai giornalisti prima della partenza per Memphis, il presidente ha tracciato un quadro sorprendentemente ottimista. “Abbiamo raggiunto un’intesa su punti fondamentali, direi su quasi tutti i punti”, ha affermato, aggiungendo che gli iraniani “fanno sul serio questa volta” e che anche la Casa Bianca è pronta a concludere un’intesa. A condurre i colloqui, secondo quanto riferito dallo stesso Trump a Fox Business, sarebbero stati i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, interpellati direttamente dalla parte iraniana.
“Hanno chiamato loro, non sono stato io a chiamare”, ha sottolineato il presidente, ribaltando la narrativa di un’America in posizione di forza assoluta. Nuovi contatti sarebbero stati previsti nella stessa giornata, “probabilmente via telefono”, con la leadership di Teheran.
Sul fronte dei contenuti, Trump ha ribadito le condizioni imprescindibili per Washington: stop totale all’arricchimento dell’uranio, niente armi nucleari — “neanche ci vada vicino” — e stabilità regionale nel Medio Oriente. “Vogliamo l’uranio arricchito dell’Iran”, ha dichiarato esplicitamente, precisando che gli Stati Uniti intendono acquisirlo come parte di un eventuale accordo complessivo.
La smentita di Teheran e i messaggi via Egitto
Dall’altra parte, tuttavia, il quadro si è presentato assai più frammentato. Il ministero degli Esteri iraniano, per voce del ministro Abbas Araghchi, ha respinto con forza le affermazioni di Trump, definendole un tentativo di abbassare i prezzi dell’energia e di guadagnare tempo per portare avanti piani militari. “Teheran non ha condotto negoziati con gli Stati Uniti”, ha dichiarato il presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf, bollando come false le parole del presidente americano in un post su X.
La stessa linea è stata ribadita da tutti i principali organi di stampa iraniani. Fonti citate dalle agenzie Fars e Tasnim hanno negato qualsiasi comunicazione diretta o indiretta con Washington, sostenendo che Trump avrebbe fatto marcia indietro non per i colloqui, ma per la credibilità crescente delle minacce militari iraniane e per le pressioni sui mercati finanziari, definite “un fattore importante nell’inversione di rotta” americana.
Tuttavia, nelle ore serali, un alto funzionario iraniano ha rilasciato ad Al Jazeera una dichiarazione più articolata. Ha confermato che negli ultimi giorni messaggi sono stati trasmessi tra Teheran e Washington tramite Egitto e Turchia, in uno “spirito di buona volontà” finalizzato ad allentare le tensioni. Lo stesso funzionario ha però reso noto che gli Stati Uniti avrebbero rifiutato due condizioni iraniane: il pagamento di risarcimenti e il riconoscimento formale di un'”aggressione” nei confronti della Repubblica islamica.
Hormuz, cambio di regime e il nodo della Guida Suprema
Trump ha poi alzato ulteriormente la posta in gioco, toccando due nodi geopolitici di primaria importanza. Lo Stretto di Hormuz, attualmente sotto pressione per via del conflitto in corso, sarà “aperto molto presto” se i negoziati avanzeranno spediti. La gestione del passaggio strategico sarebbe affidata a un controllo congiunto tra Washington e Teheran: “io e l’ayatollah, chiunque sarà il prossimo”, ha detto il presidente in un’intervista alla Cnn, aprendo esplicitamente a uno scenario di cambio di regime.
Su questo punto, Trump ha pronunciato parole che risuonano come un segnale diplomatico preciso: ha dichiarato di non riconoscere la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei come interlocutore legittimo, affermando di non sapere “se sia ancora in vita” e di interloquire con figure che ritiene “più rispettate e affidabili”. Un’ambiguità deliberata, che lascia aperta la porta a trattative con una componente diversa del potere iraniano.
Parallela alla questione nucleare, dunque, si profila la prospettiva concreta di una riconfigurazione dell’assetto politico interno alla Repubblica islamica, che Washington sembra voler accompagnare con strumenti che vanno ben oltre la pressione militare.
La minaccia resta sul tavolo
Nonostante i toni distesi, Trump ha lasciato intendere che l’opzione militare rimane pienamente operativa. “Se i colloqui falliranno, continueremo a bombardare con tutto il nostro impegno”, ha avvertito senza giri di parole. La finestra di cinque giorni concessa a Teheran rappresenta, quindi, non una rinuncia alla pressione, ma una sospensione condizionata: ogni passo dipenderà dall’esito degli incontri in corso.
Il quadro che emerge è quello di una diplomazia frammentata, in cui dichiarazioni pubbliche e canali riservati procedono su binari paralleli. Da un lato, la negazione formale di Teheran; dall’altro, la conferma di scambi di messaggi attraverso intermediari regionali. In mezzo, la posta in gioco più alta: evitare un’escalation militare che, nelle ore precedenti all’annuncio di Trump, sembrava ormai imminente.

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