Toni duri e trilaterale ad Abu Dhabi agitano l’Europa
L’attacco frontale di Volodymyr Zelensky scuote il quadro europeo in una delle giornate più tese del Forum di Davos. Il presidente ucraino, esasperato dalla lentezza dei partner occidentali, accusa l’Europa di essere “persa, frammentata e priva di volontà politica” mentre la guerra continua a consumare il fronte orientale. Le sue parole arrivano mentre negli Emirati Arabi Uniti prende forma un inedito trilaterale tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, un passaggio che potrebbe ridefinire gli equilibri del conflitto.
Zelensky rompe gli indugi e accusa l’Europa
Sul palco svizzero, Zelensky abbandona ogni cautela diplomatica e descrive un continente incapace di reagire con decisione. Ricorda come, un anno prima, avesse chiesto all’Europa di “imparare a difendersi”, denunciando oggi che nulla è cambiato. Il riferimento è alla mancata decisione sull’uso degli asset russi congelati e all’assenza di progressi sul tribunale internazionale per l’aggressione di Mosca.
Il leader ucraino parla di un’Europa “in modalità Groenlandia”, paralizzata da rivalità interne e timori di irritare Washington. Cita i continui rinvii su sistemi d’arma come Tomahawk e Taurus, simbolo di una prudenza che Kiev considera ormai insostenibile. Eppure, nel suo discorso emerge anche un appello: quando l’Europa è unita, ricorda Zelensky, “diventa davvero invincibile”.
Il ruolo degli Stati Uniti e l’ombra di Trump
A Davos si consuma anche il confronto con Donald Trump, con cui Zelensky annuncia un’intesa ormai definita sulle garanzie di sicurezza americane. Un passaggio cruciale, ma che lascia irrisolto il nodo più delicato: i territori contesi. Trump stesso conferma che la questione non è stata affrontata nel bilaterale, mentre i suoi emissari Steve Witkoff e Jared Kushner volano a Mosca per ascoltare la posizione del Cremlino.
Il presidente ucraino ammette che “tutto ruota attorno ai territori”, un ostacolo che continua a bloccare ogni ipotesi di accordo. La tensione resta alta, mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere un ruolo di mediazione senza sbilanciarsi apertamente.
Mosca apre al dialogo ma ribadisce la linea dura
Dal Cremlino arrivano segnali di apertura. L’incontro tra Putin e l’inviato americano Witkoff viene definito “utile sotto ogni aspetto”, mentre il consigliere diplomatico Yuri Ushakov conferma che ad Abu Dhabi si terrà il primo incontro del gruppo di lavoro trilaterale sulla sicurezza. La delegazione russa sarà guidata dal generale Igor Kostyukov, figura di peso dello Stato maggiore.
Mosca riconosce gli sforzi americani nella preparazione del vertice, ma chiarisce che la Russia continuerà a perseguire i propri obiettivi militari finché non emergerà una soluzione politica credibile. Parallelamente, negli Emirati è previsto anche un incontro economico tra Witkoff e Kirill Dmitriev, inviato del Cremlino per gli Affari economici internazionali.
Abu Dhabi diventa il nuovo baricentro dei negoziati
Il fine settimana negli Emirati si annuncia decisivo. Per l’Ucraina parteciperanno Kyrylo Budanov, Rustem Umerov e il diplomatico Sergiy Kyslytsya. Per la Russia, oltre a Dmitriev, sarà presente il capo dell’intelligence militare. Gli Stati Uniti puntano a creare un terreno comune che possa almeno avviare un percorso di de-escalation.
Tra le ipotesi circolate sui media emerge quella di una “tregua energetica”, che limiterebbe gli attacchi alle infrastrutture ucraine e alle raffinerie russe. Una misura temporanea, ma che potrebbe ridurre l’impatto immediato del conflitto sulle popolazioni civili e sui mercati globali.
Un equilibrio fragile tra pressioni, attese e diffidenze
Nonostante i segnali di movimento, la prospettiva di un accordo resta lontana. Zelensky mantiene un tono prudente: “Vedremo quale sarà il risultato”, afferma a Davos, ricordando che i russi devono essere pronti ai compromessi. Putin, dal canto suo, apprezza gli sforzi diplomatici americani ma non mostra alcuna intenzione di arretrare.
Il vertice di Abu Dhabi diventa così un banco di prova per verificare se le tre potenze coinvolte possano trovare un linguaggio comune. Nel frattempo, l’Europa resta al centro delle critiche ucraine, accusata di non riuscire a superare divisioni interne e lentezze strutturali proprio nel momento in cui la crisi richiederebbe una risposta compatta.

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