Yemen, il Mar Rosso infiamma Riad e Abu Dhabi

Yemen, il Mar Rosso infiamma Riad e Abu Dhabi

Somaliland, mossa israeliana che agita il fronte Houthi

Yemen e Corno d’Africa tornano al centro del grande gioco regionale, mentre le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti esplodono apertamente e la decisione di Israele di riconoscere il Somaliland come stato indipendente aggiunge un nuovo livello di competizione strategica nel Mar Rosso. La crisi, che incrocia rivalità tra potenze sunnite, ambizioni geostrategiche e la guerra contro gli Houthi sostenuti dall’Iran, rischia di trasformarsi in un nuovo dossier caldo per il presidente statunitense Donald Trump, chiamato a gestire equilibri sempre più fragili tra alleati tradizionali di Washington.

In uno Yemen logorato da anni di guerra civile, frammentato da fronti rivali e provato da una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, il capo del Consiglio presidenziale, Rashad al-Alimi, sostenuto da Riad, ha proclamato lo stato d’emergenza per 90 giorni, accompagnato da un blocco totale di porti e confini via terra, mare e aria per 72 ore. La misura, annunciata attraverso i canali ufficiali e l’agenzia statale Saba, viene giustificata con la necessità di proteggere la sicurezza nazionale di fronte a un’escalation militare nel sud-est del Paese e a quello che viene descritto come un intervento diretto emiratino a sostegno dei secessionisti del Sud.

Contestualmente al-Alimi ha decretato la cancellazione del patto di difesa con gli Emirati Arabi Uniti, chiedendo il ritiro di tutte le forze emiratine dal territorio yemenita entro 24 ore e la fine di qualsiasi forma di supporto militare o finanziario a fazioni armate interne. È un passaggio politicamente dirompente, perché sancisce la rottura formale di un asse militare nato per contrastare gli Houthi e si inserisce in una fase in cui il fronte anti-ribelle è sempre più diviso, tra governo riconosciuto a livello internazionale e attori secessionisti che hanno consolidato il controllo su ampie porzioni dello Yemen meridionale.

Due fronti nel campo anti-Houthi

Negli ultimi mesi le tensioni tra il governo sostenuto dall’Arabia Saudita e il Consiglio di transizione del Sud (Stc), formazione secessionista ritenuta vicina ad Abu Dhabi, sono cresciute fino a trasformarsi in scontro aperto sul terreno. Lo Stc punta a ricostruire uno stato del Sud indipendente, separato dal nord-ovest controllato dagli Houthi, e ha approfittato del logoramento dei fronti per consolidare la sua presa su territori chiave affacciati sul Golfo di Aden.

L’episodio più eclatante è arrivato con l’“operazione militare circoscritta” annunciata dalla coalizione a guida saudita contro il porto di Mukalla, capoluogo dell’Hadramaut, nel sud dello Yemen. Secondo il comando saudita, l’intervento ha preso di mira armi e mezzi militari scaricati da due navi arrivate nei giorni precedenti, accusate di trasportare equipaggiamenti destinati proprio al Consiglio di transizione del Sud.

Fonti saudite citate da media internazionali indicano che le imbarcazioni sarebbero partite dal porto emiratino di Fujairah, con i sistemi di tracciamento spenti, alimentando il sospetto di un sostegno operativo diretto degli Emirati ai secessionisti. Per Riad, si tratta di una linea rossa: la monarchia vede in questi movimenti un rischio immediato per la propria sicurezza, in particolare lungo le regioni di confine e lungo le rotte marittime che collegano il regno al resto del mondo.

In una nota durissima, il ministero degli Esteri saudita ha denunciato “minacce alla sicurezza nazionale del regno e alla stabilità dello Yemen e della regione”, chiedendo che le forze emiratine lascino il Paese e cessino ogni assistenza alle parti armate yemenite. Parallelamente, il ministro della Difesa Khalid bin Salman ha esortato pubblicamente il Consiglio di transizione del Sud a consegnare pacificamente alle autorità governative due governatorati strategici, segnalando la volontà di Riad di rimettere ordine, anche con la forza, nel campo a lei alleato.

Washington tra alleati divisi

La brusca escalation nel sud-est yemenita ha immediatamente attirato l’attenzione di Washington, che si ritrova davanti due partner chiave – Arabia Saudita ed Emirati – sempre più in competizione, ma fondamentali per la proiezione di potenza americana nel Golfo e nel Mar Rosso. Il segretario di Stato Marco Rubio ha espresso forte preoccupazione per gli ultimi sviluppi, invitando tutte le parti alla moderazione e a puntare sulla diplomazia per una soluzione duratura del conflitto.

Rubio ha anche ribadito la gratitudine degli Stati Uniti per quella che ha definito la “leadership diplomatica” di Riad e Abu Dhabi, riaffermando l’appoggio a tutti gli sforzi che possano rafforzare gli interessi di sicurezza condivisi, dall’anti-terrorismo alla protezione delle rotte marittime. Tuttavia, il progressivo allargarsi del solco tra sauditi ed emiratini, su fronti che vanno dallo Yemen alla gestione delle milizie locali, mette la Casa Bianca e il presidente Trump davanti alla necessità di calibrare con attenzione pressioni, incentivi e garanzie per evitare che un conflitto per procura tra alleati destabilizzi ulteriormente la regione.

Negli ultimi anni, la strategia saudita si è concentrata sul mantenimento di uno Yemen formalmente unito e sulla gestione dei conflitti interni attraverso una fitta rete di attori locali e milizie di proxy, mentre gli Emirati hanno investito risorse e capitale politico su forze secessioniste e milizie costiere radicate nel Sud. Con lo Stc che controlla ormai una larga parte del meridione yemenita, da Aden a zone cruciali dell’Hadramaut, il rischio è che il fronte anti-Houthi si frantumi in sfere d’influenza concorrenti, con ripercussioni dirette sulla postura regionale degli Stati Uniti e sulle priorità di Trump in Medio Oriente.

Il Somaliland entra nello scacchiere

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la decisione di Israele di riconoscere il Somaliland come “stato indipendente e sovrano”, primo Paese al mondo a farlo, mossa che ha immediatamente attirato l’attenzione delle cancellerie. L’annuncio, dato dal premier Benjamin Netanyahu insieme alla firma di una dichiarazione di mutuo riconoscimento con il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi, apre la strada a una cooperazione rafforzata in settori come agricoltura, salute, tecnologia ed economia.

Il Somaliland, regione secessionista della Somalia affacciata su un tratto strategico del Golfo di Aden, viene considerato dagli analisti un partner ideale per Israele in un’ottica di contenimento degli Houthi e di contrasto all’espansione dell’influenza iraniana nel Mar Rosso. Secondo un’analisi dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, una presenza israeliana nell’area garantirebbe accesso ravvicinato al teatro di conflitto yemenita, consentendo in futuro anche campagne militari più incisive contro le capacità missilistiche e navali degli Houthi.

Gli Houthi hanno già minacciato di colpire ogni eventuale presenza israeliana in Somaliland, legando la loro opposizione alla causa palestinese e agli attacchi condotti negli ultimi mesi contro obiettivi yemeniti e marittimi in risposta all’offensiva israeliana su Gaza. Israele, da parte sua, ha già effettuato operazioni militari mirate contro obiettivi in Yemen, colpendo infrastrutture e capacità che i ribelli sciiti rivendicavano come parte della loro campagna in sostegno dei palestinesi.

Il Mar Rosso come corridoio strategico

Il Mar Rosso e il Golfo di Aden emergono sempre più come il corridoio dove si intersecano traffici commerciali globali, rotte energetiche, linee di rifornimento militare e canali di influenza politica tra Medio Oriente e Corno d’Africa. L’analista Cameron Hudson, esperto di Africa, ricorda come quelle acque siano da anni un passaggio cruciale per armi e combattenti diretti verso teatri come Gaza e altri fronti di crisi, spiegando che una presenza di sicurezza e intelligence più strutturata in quell’area risponde direttamente agli interessi strategici di Israele.

Per Riad, Abu Dhabi, Teheran e ora anche per lo Stato ebraico, il controllo – diretto o mediato – delle coste yemenite e dei porti della regione significa poter influenzare non solo i flussi commerciali ma anche i rifornimenti delle milizie e il bilanciamento dei poteri lungo uno dei choke point marittimi più sensibili del pianeta. In questo quadro, la saldatura tra crisi interna yemenita, riconoscimento del Somaliland e tensioni tra sauditi ed emiratini compone un mosaico in cui ogni mossa ha effetti a catena sulle alleanze regionali e sulle priorità di sicurezza di Washington, di Trump e delle principali capitali mediorientali.

La guerra in Yemen, iniziata con l’avanzata degli Houthi su Sana’a più di undici anni fa e trasformata in conflitto per procura tra potenze regionali, entra così in una nuova fase in cui la linea del fronte non è solo quella che separa ribelli e governo, ma anche quella che divide vecchi alleati del campo anti-Houthi, con il Mar Rosso e il Corno d’Africa come nuovo teatro della competizione. Nel frattempo, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto, stretta tra embargo, bombardamenti mirati, blocchi ai porti e una mappa di potere sempre più frammentata, mentre lo Yemen resta ostaggio di decisioni prese in capitali lontane dalle sue città distrutte.

(Red-Est/Adnkronos)

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