Sentenza Marchesi: sette anni di carcere a Budapest per rissa

Sentenza Marchesi: sette anni di carcere a Budapest per rissa

 Il legale pronto al ricorso contro i rischi detentivi ungheresi

BUDAPEST, 5-02-2026 – Il sistema giudiziario di Budapest ha emesso un verdetto di estrema durezza nei confronti di Gabriele Marchesi, il ventiquattrenne italiano accusato di aver preso parte agli scontri dell’11 febbraio 2023. Il tribunale di primo grado della capitale ungherese ha stabilito una condanna a sette anni di reclusione, ritenendo il giovane colpevole di aggressione aggravata in concorso con Ilaria Salis. I fatti contestati riguardano il ferimento di tre persone durante le manifestazioni contrapposte tra gruppi antifascisti e raduni neonazisti. La decisione dei magistrati di Budapest riapre un caso internazionale che sembrava essersi stabilizzato dopo i precedenti dinieghi alle richieste di consegna forzata emessi dalle autorità italiane.

La protezione negata e il nodo dei diritti umani

La vicenda processuale di Marchesi è profondamente intrecciata con la giurisprudenza italiana recente. Nel marzo del 2024, la Corte d’Appello di Milano aveva bloccato il mandato di arresto europeo emesso da Budapest, basando il proprio rifiuto su solide motivazioni umanitarie. I giudici meneghini avevano sollevato pesanti dubbi sulla sicurezza delle carceri ungheresi, citando relazioni internazionali del 2018 che evidenziavano sovraffollamento, carenze igieniche e un rischio concreto di trattamenti degradanti. Quella decisione mirava a tutelare l’integrità psichica del giovane, allora incensurato, ritenendo che il sistema detentivo ungherese non offrisse garanzie sufficienti per il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo.

Una difesa tra lacune probatorie e ricorsi legali

Non appena le motivazioni della sentenza verranno depositate, il pool difensivo – composto da legali ungheresi supportati dagli avvocati milanesi Eugenio Losco e Mauro Straini – attiverà il ricorso in appello. La strategia della difesa punta a scardinare l’ipotesi accusatoria, sostenendo l’assenza di prove tangibili e testimonianze dirette che colleghino inequivocabilmente Marchesi agli episodi violenti. Gli avvocati denunciano una complessità investigativa che non avrebbe portato a certezze granitiche, paventando un errore giudiziario figlio di un clima politico surriscaldato. La sfida si sposterà ora sui tavoli dei giudici di secondo grado, con l’obiettivo di ribaltare una condanna che appare sproporzionata rispetto al materiale probatorio raccolto finora.

Scenari futuri e nuovi rischi di estradizione

L’esecutività della sentenza in secondo grado potrebbe innescare una nuova tempesta diplomatica e giudiziaria. Se la condanna dovesse essere confermata o diventare definitiva, l’Ungheria avrebbe la facoltà di emettere un nuovo ordine di cattura internazionale. In questo scenario, la magistratura di Milano sarebbe costretta a riesaminare il fascicolo da zero. Spetterebbe ai nuovi giudici d’Appello stabilire se le condizioni delle celle a Budapest siano migliorate o se sussista ancora il divieto di consegna. Il paradosso giuridico resta aperto: mentre l’Ungheria procede con la sua condanna, l’Italia deve decidere se consegnare un proprio cittadino a un sistema carcerario già censurato per i suoi standard insufficienti.

(Afe/Adnkronos)

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