Il mistero del volto della Meloni nella chiesa a Roma

Il mistero del volto della Meloni nella chiesa a Roma

 Il giallo dell’affresco tra arte e politica nel cuore di Roma

La Basilica di San Lorenzo in Lucina, situata nel pieno centro storico di Roma, è diventata improvvisamente il fulcro di un caso mediatico che intreccia arte sacra, politica contemporanea e rivendicazioni dinastiche. Al centro della disputa vi è un affresco raffigurante un angelo le cui fattezze ricordano in modo inequivocabile la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Mentre il Vicariato della Capitale temporeggia su una possibile rimozione dell’opera, emergono dettagli inediti circa la committenza e la realizzazione del dipinto. Il Conte Antonio d’Amelio, figura di rilievo degli Ordini Dinastici della Real Casa, ha rotto il silenzio chiarendo che tale raffigurazione non apparteneva affatto al progetto originale del restauro da lui finanziato anni addietro.

Secondo le dichiarazioni rilasciate dal Conte d’Amelio, l’apparizione del volto della premier sarebbe da attribuire all’iniziativa estemporanea di un restauratore che, in un secondo momento, avrebbe assunto il ruolo di sacrestano della basilica. L’uomo, agendo in totale autonomia, avrebbe dipinto il cherubino durante gli ultimi interventi conservativi, forse influenzato inconsciamente dalle immagini che dominano la cronaca quotidiana. Non si tratterebbe però dell’unico riferimento alla politica italiana: un altro angelo presente nella cappella, intento a sorreggere una corona, è stato accostato da molti osservatori alla figura di Giuseppe Conte. Nonostante le smentite del restauratore, che parla di semplici coincidenze grafiche, il sospetto di un messaggio in codice rivolto alle alte sfere dello Stato rimane nell’aria.

La vicenda artistica fa da sfondo a una questione politica molto più profonda: il definitivo rientro delle salme dei sovrani d’Italia al Pantheon. Sotto l’affresco contestato, una lastra marmorea esplicita il desiderio di vedere traslate le spoglie di Umberto II e Vittorio Emanuele III nel sacrario dei re. Antonio d’Amelio ha ricordato un colloquio avuto con l’allora ministro Gennaro Sangiuliano, durante il quale propose di compiere questo gesto storico per chiudere definitivamente il capitolo della monarchia in Italia. Tuttavia, la risposta ricevuta allora sottolineava come i tempi non fossero ancora maturi, citando una scarsa pressione dell’opinione pubblica. Oggi, con il mutato clima politico e l’attenzione generata dal “giallo” degli angeli, la discussione sulla pacificazione nazionale attraverso la sepoltura dei regnanti sembra riaprirsi con forza.

Il racconto del Conte si spinge oltre la cronaca attuale, toccando i ricordi personali legati a suo padre, delegato dei Savoia durante i lunghi decenni dell’esilio. Viene rievocata l’integrità di Umberto II, che pur vivendo fuori dai confini nazionali, non volle mai impugnare la donazione della straordinaria collezione numismatica paterna fatta al popolo italiano, oggi custodita a Palazzo Massimo. Parallelamente, si discute del valore, spesso mitizzato, dei gioielli di Casa Savoia. Secondo d’Amelio, l’inventario realizzato anni fa non descriveva tesori immensi ma una dotazione dignitosa, tra cui le perle della Regina, destinate tuttavia a un inarrestabile declino biologico se non indossate regolarmente.

Il percorso di riavvicinamento tra la dinastia e la Repubblica ha vissuto tappe fondamentali, come la rimozione della XIII disposizione transitoria della Costituzione avvenuta nel 2002, che ha permesso il rientro in Italia dei discendenti maschi. Il Conte sottolinea come personaggi dello spessore di Cossiga e Pertini avessero già lavorato in tale direzione, sebbene condizionati da necessità di riconoscimenti formali della Repubblica mai del tutto risolti da Umberto II. Attualmente, mentre le salme di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena riposano a Vicoforte dal 2017, la battaglia simbolica per il Pantheon resta l’ultimo tassello per sigillare la storia della dinastia in Italia. La presenza di quegli angeli “politici” in San Lorenzo in Lucina, dunque, potrebbe essere molto più di un errore stilistico: un monito artistico per non dimenticare le radici storiche della nazione.

Di Roberta Lanzara
(Fin/Adnkronos)

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