Via libera al dl Ucraina, Lega spaccata su aiuti militari

Via libera al decreto aiuti a Kiev

Proroga al 2026, scontro su armi e priorità agli aiuti civili

Un Consiglio dei ministri rapido e a ranghi incompleti ha approvato la proroga per tutto il 2026 del decreto che autorizza l’Italia a continuare a fornire aiuti a Kiev, stabilendo che il sostegno comprenderà ancora «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari» destinati alle autorità governative ucraine. Il testo conferma così – come scrive Veronica Passeri su La Nazione – la continuità della linea del governo sul fronte ucraino, nonostante le resistenze interne emerse nelle scorse settimane dentro la Lega e il dibattito acceso sull’opportunità di proseguire gli invii di armamenti.

La seduta è stata caratterizzata dall’assenza del leader leghista Matteo Salvini e del ministro della Difesa Guido Crosetto, entrambi indicati come assenti per motivi personali, una coincidenza letta politicamente alla luce delle frizioni che hanno accompagnato il dossier. Nelle settimane precedenti il Carroccio aveva infatti spinto per rinviare il provvedimento e ricalibrarne la narrativa, reclamando una maggiore enfasi sugli aiuti civili e sulla protezione delle popolazioni rispetto alla componente strettamente militare.

Il cuore dello scontro si è concentrato perfino sul titolo del decreto, con l’ipotesi – circolata in mattinata – di eliminare dal testo il termine «militari» per attenuare l’impatto politico della misura, ipotesi che ha innescato il momentaneo entusiasmo del senatore leghista Claudio Borghi, pronto a celebrare pubblicamente un «lavoro eccellente» del proprio partito. Pochi minuti dopo, tuttavia, la convocazione ufficiale del Consiglio ha riportato la formulazione tradizionale, mantenendo l’espressione «equipaggiamenti militari» nel titolo e certificando che la modifica era rientrata prima del passaggio in Cdm.

Il compromesso finale è stato raggiunto inserendo nel provvedimento una clausola che specifica una «priorità per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici», accanto alla conferma della cessione di materiali militari già prevista dalle precedenti proroghe. Una formula che consente al governo di rivendicare continuità con l’impegno assunto in sede internazionale e, allo stesso tempo, offre alla Lega lo spazio per presentare la misura come maggiormente orientata alla difesa e alla tutela delle infrastrutture e dei civili.

Proprio su questo punto i vertici del Carroccio hanno fatto filtrare soddisfazione, sottolineando come l’aggiunta sul carattere logistico, sanitario e di protezione rispecchi il tentativo di spostare il focus dalla dimensione offensiva a quella difensiva del sostegno all’Ucraina. La narrativa leghista punta a mostrare Salvini come interprete di una sensibilità pacifista dell’elettorato, pur all’interno di una coalizione che rimane schierata sul prolungamento della cooperazione militare con Kiev.

La cornice, però, si incrina rapidamente con l’intervento del generale Roberto Vannacci, vice-segretario del partito, che bolla come semplici «acrobazie lessicali» le modifiche introdotte e denuncia la scelta di proseguire «una guerra persa» continuando a garantire risorse belliche. Vannacci arriva a chiedere apertamente al Parlamento di non approvare il decreto durante l’iter di conversione, invitando a bloccare nuovi invii di armi, nuove truppe e ulteriori fondi sottratti a sanità, sicurezza, lavoro, pensioni, infrastrutture, scuola e ricerca.

La sortita del generale evidenzia la frattura interna alla Lega tra chi, nei ruoli di governo, accetta il compromesso pur di tenere in piedi l’esecutivo e chi, soprattutto sul fronte più identitario, mira a marcare una distanza netta dalla strategia italiana sul conflitto. Il vicepremier Antonio Tajani tenta di ridimensionare la polemica ricordando che i ministri leghisti hanno comunque votato il decreto, ribadendo l’unità di fondo della maggioranza sulle decisioni prese in Consiglio.

Dall’opposizione si alza un coro di critiche che colpisce sia il merito che il metodo con cui la maggioranza ha gestito il dossier. Il Movimento 5 Stelle, attraverso Chiara Appendino, parla di «farsa» e accusa Salvini di aver recitato la parte del pacifista davanti alle telecamere per poi consentire il via libera a un ulteriore pacchetto di armi, scegliendo «la poltrona» rispetto alla coerenza con le posizioni sulla pace.

Da +Europa, Riccardo Magi esprime preoccupazione per un sostegno italiano all’Ucraina che appare sempre più incerto e condizionato dai giochi interni alla coalizione di governo. Il Partito democratico, con Filippo Sensi, definisce «osceno» il continuo rimaneggiamento del titolo del decreto, considerato un balletto comunicativo che svilisce la serietà delle decisioni da assumere su un teatro di guerra ancora aperto.

Nel merito, il decreto non si limita alla partita ucraina ma contiene anche norme sulla proroga dei permessi di soggiorno per i cittadini ucraini presenti in Italia e misure legate alla sicurezza dei giornalisti freelance, due capitoli che cercano di tenere insieme impegno internazionale e gestione degli effetti del conflitto sul territorio nazionale. La scelta di confermare per un altro anno la cornice legale per gli invii militari, accompagnata dall’enfasi sugli aiuti logistici e di protezione, indica la volontà del governo di restare ancorato al fronte euro-atlantico pur cercando di intercettare la stanchezza di una parte dell’opinione pubblica.

Sul piano politico, la giornata lascia l’immagine di una maggioranza che arriva al traguardo con un compromesso fragilissimo, mentre la Lega prova contemporaneamente a intestarsi il risultato sugli aiuti civili e a tenere aperta una linea critica sulle armi, affidata alle parole di Vannacci. Per la presidente del Consiglio, la priorità resta evitare nuovi incidenti parlamentari sul modello di quelli registrati nei mesi scorsi, quando il tema Ucraina aveva già rischiato di incrinare la compattezza del blocco di governo.

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