Khamenei ucciso: l’Iran cerca il successore tra caos e raid

Khamenei ucciso: l'Iran cerca il successore tra caos e raid

Dopo il colpo a Teheran il triumvirato assume i pieni poteri  

TEHERAN, 1 marzo 2026– Il regime iraniano entra ufficialmente nella sua fase più buia e incerta dopo la conferma definitiva della morte dell’Ayatollah Ali Khamenei. La Guida Suprema, figura centrale e totalizzante della politica e della religione persiana dagli anni Ottanta, è caduta sotto il fuoco incrociato di un’operazione bellica coordinata tra le forze armate degli Stati Uniti e quelle di Israele. L’annuncio, che ha gelato le cancellerie internazionali, è giunto inizialmente dalla Casa Bianca per bocca di Donald Trump, venendo convalidato solo diverse ore dopo dai canali di comunicazione ufficiali della Repubblica Islamica, che hanno dovuto ammettere il vuoto di potere al vertice.

La reggenza provvisoria e il triumvirato di emergenza

In risposta al crollo improvviso del comando, l’agenzia statale Irna ha comunicato l’insediamento immediato di una struttura di governo transitoria. Per evitare il collasso istituzionale totale, la gestione del Paese è stata affidata temporaneamente a un organo collegiale composto dal Presidente Masoud Pezeshkian, dal vertice della magistratura e da un autorevole esponente giuridico del Consiglio dei Guardiani. Sebbene questa mossa miri a proiettare un’immagine di stabilità, le procedure per la nomina definitiva di una nuova Guida Suprema restano avvolte nelle nebbie della burocrazia teocratica. Formalmente, l’ultima parola spetterà all’Assemblea degli Esperti, ma il clima di guerra rende ogni passaggio estremamente complesso e pericoloso.

I nomi in lizza per il trono di Teheran

Il dibattito su chi erediterà il ruolo di Khamenei si trascina in realtà da mesi, intensificatosi già durante il breve ma violento conflitto estivo con Israele. Prima di essere eliminato, l’Ayatollah aveva tracciato una linea di successione che includeva figure di spicco come Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, attuale capo della magistratura, e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica e visto come un possibile elemento di equilibrio tra le fazioni più radicali e quelle moderate. Resta invece in dubbio la sorte di Ali Asghar Hejazi: sebbene fosse considerato tra i papabili, l’esercito israeliano ha rivendicato con forza la sua uccisione durante i recenti raid, eliminando di fatto uno dei candidati più fedeli alla vecchia linea.

Il rebus della successione dinastica

Per anni si è speculato sulla possibile ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio della defunta guida, noto per la sua enorme influenza dietro le quinte. Tuttavia, la resistenza interna verso un passaggio di potere di stampo monarchico era stata espressa chiaramente dallo stesso padre quando era in vita. Oggi, con il Paese sotto attacco e i vertici militari decimati, l’ipotesi dinastica appare ancora più fragile, schiacciata dalla necessità di trovare un leader capace di dialogare con le forze armate o, paradossalmente, con i nemici esterni che premono ai confini.

Le misure preventive di continuità operativa

Consapevole dei rischi legati alla propria incolumità, Khamenei aveva predisposto una complessa architettura di deleghe per garantire la sopravvivenza del sistema. Secondo analisi di intelligence, la gestione pratica degli affari correnti era stata affidata ad Ali Larijani, figura chiave del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, mossa che aveva già iniziato a depotenziare il ruolo politico di Pezeshkian ben prima della crisi attuale. Inoltre, era stato autorizzato un comitato ristretto di fedelissimi, tra cui il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il generale Yahya Rahim Safavi, a esercitare il potere decisionale supremo in caso di decesso o irreperibilità del leader. Resta da vedere se questa catena di comando reggerà all’urto dei nuovi attacchi promessi da Tel Aviv.

(Rak/Adnkronos)

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