Trump tratta con Putin, Kiev teme il prezzo del compromesso
Una guerra che si avvicina ai quattro anni di combattimenti, con fronti che si muovono poco e un logoramento crescente per eserciti e opinioni pubbliche, resta il contesto in cui Donald Trump rilancia l’idea di una possibile intesa lampo tra Kiev, Washington e Mosca nel giro di un paio di settimane. Una tempistica che – come scrive Marta Ottaviani su La Nazione – l’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della Sioi, giudica tutt’altro che scontata, pur riconoscendo che il presidente americano resta uno degli attori centrali della crisi.
Secondo Sessa, Trump è oggi il solo leader occidentale in grado di parlare direttamente con Vladimir Putin e di misurare fino a dove il Cremlino è disposto a spingersi sul terreno delle concessioni. Da qui l’idea che il tycoon possa disporre di informazioni riservate, elementi negoziali e canali informali che non emergono nel dibattito pubblico e che alimentano l’ottimismo della Casa Bianca sui tempi di una possibile intesa.
L’ambasciatore colloca però questo scenario dentro una realtà molto più complessa: l’esercito russo non è riuscito a piegare l’Ucraina nonostante l’enorme dispiegamento iniziale, le colonne di mezzi che sembravano destinate a travolgere il Paese e che invece si sono dissolte nel corso di una guerra d’attrito. Tutti, osserva, appaiono stanchi: i russi, gli ucraini, gli europei e anche gli americani, mentre per Trump il conflitto è diventato un banco di prova per l’immagine di leader capace di “chiudere” le crisi internazionali.
In questo quadro, Sessa richiama la logica dei fatti compiuti: chi ha conquistato territori sul campo cercherà di trasformare quei risultati militari in un punto di partenza al tavolo negoziale. Il nodo, avverte, è che pretendere aree che non si è riusciti a prendere in quasi quattro anni rischia di svuotare di credibilità qualsiasi minaccia di “prenderle con la forza”, rendendo più difficile anche la costruzione di un compromesso stabile.
Sul possibile “punto di caduta” tra Mosca e Kiev, l’ambasciatore insiste su un equilibrio delicatissimo: l’Ucraina non può essere lasciata uscire massacrata dal conflitto, ma neppure la Russia può essere spinta verso una sconfitta politica totale che la trasformi in un paria permanente nello scenario europeo. In gioco, sottolinea, c’è la tenuta del diritto internazionale e la capacità del continente di ricostruire in futuro un canale di dialogo credibile con Mosca.
Per Sessa, se l’Europa avesse una vera statura politica, dovrebbe già oggi lavorare a una riapertura strutturata del confronto con la Russia, senza rinunciare ai principi ma evitando l’illusione di poter cancellare un attore di quella dimensione. Il problema, però, è che i Paesi europei appaiono divisi, poco incisivi e spesso confinati a un ruolo marginale nelle grandi partite di sicurezza, al punto che Mosca preferisce rivolgersi direttamente a Washington.
Questa marginalizzazione pesa soprattutto sull’Ucraina, che secondo l’ambasciatore continua a pagare il prezzo più alto di una guerra combattuta “sul terreno e sulla pelle” dei suoi cittadini, mentre il dibattito strategico si sposta altrove. Una delle “sconfitte” più evidenti, a suo giudizio, è la difficoltà della Ue nel mantenere una linea coerente, dopo aver alimentato aspettative di rapido ingresso di Kiev nella Nato e nell’Unione pur sapendo che si trattava di obiettivi di lunghissimo periodo.
Nelle ultime settimane alcuni governi europei hanno provato a ritagliarsi con forza un margine di iniziativa autonoma, nel tentativo di recuperare centralità su dossier come sicurezza, sostegno militare e garanzie di lungo periodo per Kiev. Ma l’ambasciatore osserva che il progetto di una vera “forza internazionale” resta vago, spesso evocato più come formula politica che come opzione concreta, mentre la dipendenza dalla protezione americana continua a condizionare ogni scelta.
Un segnale ulteriore di questa fragilità arriva dalla proposta russa di un presunto patto di non aggressione con Ue e Nato, rilanciata dalla portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Sessa riconosce che, in teoria, accordi di questo tipo sono sempre benvenuti nella storia diplomatica, ma in questa fase dice apertamente che non se ne fiderebbe “affatto”, pur esprimendo rammarico per la perdita di credibilità di tali strumenti.
Nel frattempo la finestra evocata da Trump – una quindicina di giorni per chiudere la partita – resta per l’ambasciatore più una scommessa politica che una previsione fondata. Sessa assegna a questo scenario una probabilità intermedia, “cinque” su una scala da uno a dieci, segnalando che il peso delle opinioni pubbliche e la necessità per la Casa Bianca di rivendicare un risultato rischiano di accelerare i tempi senza sciogliere i nodi di fondo.
Il conflitto, conclude, potrà avviarsi verso una soluzione solo se verrà trovata una formula che salvi la dignità di entrambe le capitali e che consenta all’Europa di tornare a essere protagonista e non semplice terreno di confronto tra Washington e Mosca. Fino ad allora, la promessa di una pace in quindici giorni resterà sospesa tra diplomazia riservata, pressioni interne e la realtà di una guerra che continua a consumare vite e risorse su entrambi i fronti.

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