L’agente indagato per l’omicidio a Milano scrive una lettera
MILANO, 26-02-2026 – Emerge un risvolto umano e drammatico nel caso dell’uccisione avvenuta lo scorso 26 gennaio all’interno del tristemente noto “boschetto” dello spaccio. Carmelo Cinturrino, l’operatore di polizia iscritto nel registro degli indagati per il decesso di Abderrahim Mansouri, ha deciso di affidare i propri pensieri a una lettera aperta. Il documento, consegnato dal suo legale e presentato mediaticamente durante la trasmissione “Diario del Giorno”, rappresenta un tentativo di riconciliazione con la società e con la famiglia della vittima, segnando un punto di rottura rispetto al silenzio procedurale mantenuto fino a questo momento.
Il racconto del terrore e l’ammissione dell’errore
Nella sua missiva, Cinturrino non nasconde la vulnerabilità vissuta durante quei tragici istanti. L’agente descrive un senso di paura paralizzante, manifestatosi prima come reazione a un’aggressione fisica subita e poi come angoscia per le conseguenze fatali del colpo esploso. “Ho agito spinto dalla disperazione”, si legge tra le righe di un testo che trasuda pentimento. Il poliziotto sottolinea come l’epilogo ideale dell’operazione avrebbe dovuto essere l’arresto e la detenzione del giovane Mansouri, non la sua morte. Il dolore espresso per i parenti del ragazzo ucciso si intreccia con la consapevolezza di aver commesso un errore irreparabile, per il quale l’uomo si dichiara pronto a pagare il proprio debito con la giustizia.
Una vita in divisa tra encomi e onestà
Per difendere la propria onorabilità, Cinturrino ripercorre nella lettera gli anni trascorsi al servizio delle istituzioni, ricordando ai colleghi e ai cittadini di essere sempre stato un “servitore dello Stato” fedele e onesto. La sua carriera, trascorsa tra le pattuglie delle volanti e il commissariato di Mecenate, è testimoniata da numerosi elogi e premi di servizio, senza che mai una sanzione disciplinare ne avesse scalfito la condotta. Questo contrasto tra un passato impeccabile e il tragico evento di Rogoredo rende la sua testimonianza ancora più sofferta. L’agente chiede comprensione ai propri compagni di divisa, ribadendo che la sua natura di uomo d’ordine non è venuta meno, nonostante il terribile incidente che lo vede oggi protagonista.
La complessità del contesto e il peso della responsabilità
L’episodio riaccende inevitabilmente i riflettori sulle condizioni operative estremi in cui versano le forze dell’ordine nelle periferie milanesi. Il boschetto di Rogoredo non è solo una piazza di spaccio, ma un territorio di confine dove la tensione è costante e il margine di errore minimo. La lettera di Cinturrino pone l’accento sulla fragilità umana di chi indossa una divisa, costretto a prendere decisioni vitali in frazioni di secondo sotto pressione psicologica. Sebbene il processo dovrà stabilire l’esatta dinamica dei fatti e valutare l’eventuale eccesso colposo, le parole del poliziotto introducono una dimensione di rimorso che scuote l’opinione pubblica, ricordando che dietro ogni atto d’ufficio batte il cuore di un uomo consapevole della propria fallibilità.
Lcr/Adnkronos

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