Maxi-inchiesta su fondi a Hamas, Italia accelera i controlli
Le nuove acquisizioni investigative hanno ampliato in modo significativo il quadro già delineato nelle prime ore dell’operazione che ha colpito la presunta rete italiana di finanziamento a Hamas, ritenuta attiva da oltre vent’anni attraverso associazioni formalmente impegnate in iniziative di solidarietà. Secondo gli inquirenti, il sistema avrebbe sfruttato la fiducia dei donatori e la cornice costituzionale dedicata alla libertà associativa e alla cooperazione umanitaria, trasformando strumenti pensati per finalità civili in canali occulti di sostegno economico al movimento palestinese.
La presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane ha parlato di “mesi di indagini esperte che hanno finalmente illuminato un meccanismo costruito facendo leva sulla pietà verso Gaza e sulla disponibilità ad aiutare una popolazione in difficoltà, utilizzando spazi e strumenti che l’ordinamento italiano riserva ai valori più alti e che invece sarebbero stati abilmente abusati”. Ha poi espresso gratitudine verso magistratura e forze dell’ordine per l’impegno costante che ha portato all’operazione di oggi.
Una posizione condivisa dal presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, che ha definito l’inchiesta un esempio della capacità investigativa del territorio, capace di individuare attività sovversive radicate in Liguria e in particolare a Genova. Bucci ha sottolineato come, secondo le accuse, molti cittadini avrebbero donato convinti di sostenere iniziative umanitarie, senza sapere che parte dei fondi sarebbe finita a un’organizzazione responsabile di attacchi sanguinosi.
Il procuratore capo Nicola Piacente ha chiarito che delle nove misure cautelari emesse, sette sono state eseguite, mentre due indagati risultano all’estero: uno in Turchia e uno nella Striscia di Gaza. Le perquisizioni, condotte in numerose città tra cui Genova, Milano, Monza, Firenze, Roma, Bologna, Torino, Modena, Bergamo e Lodi, hanno portato al sequestro di oltre 200mila euro in contanti, gran parte dei quali rinvenuti nella sede milanese dell’associazione “La Cupola d’Oro”.
Al centro della rete, secondo gli inquirenti, c’era Mohammad Hannoun, presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia e figura ritenuta dagli investigatori parte del comparto estero di Hamas. Hannoun, già indicato come referente principale della struttura italiana, avrebbe coordinato i flussi finanziari e mantenuto contatti costanti con le charity europee coinvolte. Le intercettazioni hanno rivelato che l’uomo avrebbe predisposto un trasferimento definitivo in Turchia, con partenza programmata per il 27 dicembre, e che la famiglia lo avrebbe raggiunto a breve.
Per la gip Silvia Carpanini, questo elemento, unito alla consapevolezza dell’indagine e alla gravità delle accuse, configura un “concreto e attualissimo pericolo di fuga”. Il provvedimento sottolinea inoltre il rischio di inquinamento probatorio: gli indagati, secondo quanto ricostruito, avrebbero più volte cancellato dati dai propri dispositivi elettronici, nel tentativo di ostacolare le verifiche. Una condotta che, per il giudice, rafforza la necessità delle misure cautelari e conferma la fase avanzata del progetto di trasferimento all’estero.
Gli investigatori ritengono che la rete abbia operato sfruttando la copertura formale di associazioni attive in più Paesi europei, tra cui Olanda, Austria, Francia e Inghilterra, tutte presentate come realtà impegnate nel sostegno alla popolazione palestinese. In realtà, secondo l’accusa, queste strutture avrebbero costituito un sistema coordinato di raccolta fondi destinati a organizzazioni già dichiarate illegali dallo Stato di Israele.
Il materiale sequestrato, insieme ai dati recuperati dai server e dalle comunicazioni intercettate, è ora al centro di ulteriori approfondimenti. L’obiettivo della Dda è ricostruire l’intera catena di responsabilità e verificare se la cellula italiana fosse un nodo autonomo o parte di una struttura più ampia, direttamente collegata ai vertici esteri di Hamas. Le indagini proseguono anche per chiarire il ruolo dei singoli indagati, compresi coloro che operavano come referenti locali in diverse città italiane.
Secondo gli inquirenti, la rete avrebbe agito con continuità, sfruttando la generosità dei donatori e la fiducia costruita nel tempo attraverso iniziative pubbliche e attività di raccolta fondi presentate come interventi umanitari. Una struttura che, se confermata, avrebbe permesso per anni il trasferimento di somme significative verso i territori palestinesi, contribuendo a sostenere l’infrastruttura logistica e familiare dei militanti.

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