Accusa di filtri, autotv sui social e zero autocritica
Selvaggia Lucarelli affonda il colpo su Barbara D’Urso all’indomani della finale di Ballando con le stelle 2025, dedicando alla conduttrice un’analisi tagliente nella sua newsletter “Vale Tutto”. La giurata descrive la partecipazione di D’Urso come l’esempio di “un archetipo del narcisismo”, sottolineando come, a suo giudizio, la conduttrice non abbia mai davvero accettato di trovarsi dall’altra parte del racconto, in qualità di concorrente.
Secondo Lucarelli, D’Urso sarebbe entrata nello show con l’obiettivo implicito di mantenere il pieno controllo della propria immagine, replicando il modello narrativo costruito in anni di televisione e social. La giurata racconta che, durante tutta l’edizione, ha provato a stimolarla ad abbandonare le difese, ad aprirsi, a mostrare fragilità e contraddizioni, ma che il “personaggio” sarebbe rimasto sigillato dietro filtri, cautele e distanze.
Nel racconto di Lucarelli, questo atteggiamento si sarebbe tradotto in una presenza costantemente filtrata: poca disponibilità al confronto diretto, scarsa reattività ai richiami della giuria, rigidità nella gestione dei rapporti dietro le quinte. D’Urso, scrive la giurata, avrebbe scelto truccatori e parrucchieri di fiducia, un camerino accanto alla conduttrice, imponendo condizioni logistiche e “paletti” relazionali per ribadire di essere “padrona del proprio racconto”, anche all’interno di un format corale.
Il cuore della critica, però, riguarda soprattutto ciò che è accaduto fuori dallo studio televisivo, sui social. Lucarelli parla esplicitamente di una “sitcom parallela” costruita online con il ballerino Pasquale La Rocca, fatta di contenuti pensati per ridisegnare il racconto di Ballando, quasi a sovrapporre un “programma nel programma” in cui la narrazione fosse di nuovo sotto il controllo esclusivo della protagonista.
In questa chiave, ogni post, ogni storia, ogni dietro le quinte social diventerebbe, nella lettura della giurata, un atto di metanarrazione: D’Urso non parteciperebbe semplicemente allo show, ma lo racconterebbe a sua volta, filtrandolo, ritagliandolo e ordinandolo secondo le proprie esigenze di immagine. Una strategia che, per Lucarelli, finisce per confliggere con la natura stessa del talent, che chiede ai concorrenti di affidarsi al giudizio esterno e al montaggio altrui.
Il paragone con Chiara Ferragni arriva proprio su questo terreno: la giurata accosta le due figure per il comune rifiuto di intermediazioni nella gestione della comunicazione. Ferragni, ricorda Lucarelli, ha costruito per anni un racconto autonomo e iper‑controllato, scegliendo quando parlare, come mostrarsi, quali crisi affrontare in video e quali tacere, fino alle recenti polemiche legate alla gestione della propria immagine dopo lo scandalo “pandoro‑gate”.
Per Lucarelli, D’Urso avrebbe replicato un meccanismo simile: interlocutori percepiti come “troppo bassi”, nessuna voglia di passare da interviste scomode o contraddittori, preferenza per il racconto in solitaria, protetto da luci ad hoc e filtri estetici e narrativi. In questo modo, sostiene la giurata, entrambe sarebbero diventate “regine dei filtri e dell’autonarrazione”, ma proprio questa sovranità assoluta avrebbe impedito loro il passo più difficile, quello di mettersi realmente in discussione.
La ventunesima edizione di Ballando con le stelle, chiusa con la vittoria di Andrea Delogu e il terzo posto di D’Urso, si è così trasformata anche in un laboratorio sul rapporto tra televisione tradizionale e racconto social, tra verità percepita e costruzione dell’immagine pubblica. Le parole di Lucarelli, che arrivano a caldo ma in forma ragionata nella newsletter, aprono una riflessione più ampia sul confine tra intrattenimento, identità mediatica e responsabilità di chi, da anni, vive di esposizione permanente.
Nelle ultime righe, la giurata allarga lo sguardo oltre il caso specifico, suggerendo che la difficoltà ad accettare uno sguardo esterno non riguarda solo due protagoniste della scena mediatica italiana, ma una generazione intera di volti televisivi e digitali abituati a negoziare ogni dettaglio della propria presenza pubblica. Il giudizio resta netto: quando la priorità diventa salvaguardare il personaggio a ogni costo, il rischio è di smarrire l’occasione di un confronto autentico con il pubblico e con se stessi.
(Mdg/Adnkronos)

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