Caporalato, rete smantellata: 12 misure e arresti in 5 città

Da Potenza a Lecco, blitz contro tratta e sfruttamento grave

Una struttura criminale radicata nel settore agricolo e collegata anche all’estero è stata colpita da una vasta operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza. I Carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale, insieme ai militari del Comando per la tutela del lavoro, hanno eseguito dodici misure cautelari nelle province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco.

Il provvedimento del gip riguarda cittadini italiani e indiani ritenuti coinvolti, a vario titolo, in un’associazione finalizzata alla tratta di persone, all’intermediazione illecita di manodopera e allo sfruttamento del lavoro con aggravante della transnazionalità. Due persone sono finite in carcere, cinque ai domiciliari e altre cinque sono state raggiunte da obblighi e divieti di dimora.

L’inchiesta ha acceso i riflettori su un sistema considerato dagli investigatori strutturato e stabile, capace di alimentare un circuito di reclutamento di lavoratori stranieri destinati ai campi agricoli lucani in condizioni giudicate degradanti.

L’indagine partita da un controllo in un’azienda agricola

L’attività investigativa ha avuto origine nell’agosto del 2023 durante un’ispezione eseguita in un’azienda agricola di Grumento Nova, nel Potentino. In quell’occasione furono trovati numerosi cittadini extracomunitari impiegati in condizioni di forte sfruttamento.

Da quel primo controllo gli investigatori hanno sviluppato un’indagine più ampia, ricostruendo una rete articolata che avrebbe operato attraverso un sistema ben organizzato di ingressi in Italia e successivo impiego nei campi.

Secondo quanto emerso, il gruppo riusciva a gestire contemporaneamente numerose pratiche migratorie sfruttando in modo illecito le procedure legate ai decreti flussi. Gli ingressi dei lavoratori sarebbero stati programmati in funzione delle esigenze stagionali delle aziende agricole coinvolte.

Debiti pesanti e promesse di lavoro

Le indagini hanno evidenziato un meccanismo che iniziava già all’estero. Gli intermediari, operativi soprattutto in India, avrebbero selezionato giovani in condizioni economiche fragili, promettendo un lavoro regolare in Italia.

Per ottenere il visto, però, le vittime erano costrette a versare somme comprese tra 8.500 e 13mila euro. Soldi spesso recuperati dalle famiglie attraverso prestiti e indebitamenti gravosi.

Quel debito, secondo gli inquirenti, diventava uno strumento di pressione continua. Una volta arrivati in Italia, i lavoratori accettavano qualsiasi condizione pur di non perdere l’occupazione e poter restituire il denaro anticipato.

Gli investigatori hanno ricostruito un contesto di forte soggezione economica e psicologica. I braccianti, infatti, avrebbero subito minacce legate al rilascio del permesso di soggiorno e alla permanenza sul territorio nazionale.

Turni massacranti e paghe considerate irrisorie

L’inchiesta descrive condizioni di lavoro pesanti. I lavoratori sarebbero stati costretti a turni superiori alle dieci ore giornaliere, spesso senza adeguate tutele e con retribuzioni ritenute molto inferiori rispetto a quelle previste dai contratti nazionali.

Accanto allo sfruttamento lavorativo, gli investigatori hanno documentato anche condizioni abitative precarie. I braccianti vivevano in strutture fatiscenti, in diversi casi prive dei servizi essenziali.

L’organizzazione, secondo l’accusa, avrebbe mantenuto il controllo sulle vittime proprio attraverso la combinazione di debiti, minacce e precarietà. Un sistema che impediva ai lavoratori di sottrarsi facilmente alla rete di sfruttamento.

Il ruolo delle aziende agricole coinvolte

Fondamentale, nell’economia dell’inchiesta, è stato il contributo dei Carabinieri del Nucleo tutela lavoro. Gli accertamenti hanno permesso di analizzare il ruolo di alcune aziende agricole considerate compiacenti.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, per ogni pratica di assunzione legata ai flussi migratori sarebbe stato versato un compenso illecito compreso tra 3.500 e 4mila euro.

Le domande di assunzione sarebbero state utilizzate per agevolare l’ingresso dei lavoratori stranieri e alimentare il successivo sfruttamento nei campi. Un sistema che, secondo la procura, avrebbe alterato anche la concorrenza nel settore agricolo.

Le province coinvolte e il coordinamento antimafia

L’operazione ha interessato contemporaneamente diverse aree del Paese, a conferma della dimensione ampia dell’organizzazione. Gli interventi sono stati eseguiti tra Basilicata, Campania, Emilia-Romagna e Lombardia.

La Direzione distrettuale antimafia di Potenza ha coordinato una lunga attività investigativa sviluppata attraverso controlli sul territorio, analisi amministrative e verifiche sui flussi migratori.

Gli investigatori parlano di un modello criminale capace di muoversi tra Italia e India con ruoli definiti e una struttura gerarchica stabile. L’obiettivo dell’organizzazione sarebbe stato quello di garantire un continuo approvvigionamento di manodopera vulnerabile da destinare alle campagne.

L’operazione, sottolineano gli inquirenti, rappresenta un ulteriore passo nel contrasto ai fenomeni di sfruttamento del lavoro e di tratta legati al comparto agricolo.

Per tutte le persone coinvolte resta valido il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

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