Confine in fiamme, civili in fuga e dialogo sospeso
La fragile tregua tra Thailandia e Cambogia, firmata lo scorso ottobre, è stata infranta da una nuova ondata di violenza che ha riportato la tensione a livelli drammatici. Secondo fonti cambogiane, caccia F-16 thailandesi hanno colpito la provincia di Banteay Meanchey, sganciando ordigni e sorvolando più aree lungo il confine. Le autorità di Phnom Penh denunciano bombardamenti indiscriminati su civili, scuole e templi, mentre Bangkok non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali.
Il capo del Senato cambogiano Hun Sen, già premier per 38 anni, ha espresso forte preoccupazione ma anche sostegno alle forze armate, sottolineando come la Cambogia abbia rispettato la tregua fino a quando non è stata costretta a difendere il proprio territorio.
Gli scontri hanno provocato almeno 12 vittime – sette civili cambogiani e cinque militari thailandesi – e oltre 500.000 sfollati. Il ministero della Difesa di Phnom Penh parla di 20.105 famiglie, pari a 101.229 persone, costrette a lasciare cinque province. Bangkok ribatte accusando la Cambogia di aver causato la fuga di circa 400.000 residenti nelle zone di confine.
La portavoce cambogiana Maly Socheata denuncia attacchi anche contro il tempio di Ta Krabey, definito “luogo sacro”. Testimonianze raccolte da Afp raccontano di villaggi svuotati e famiglie rifugiate in pagode, mentre dall’altro lato del confine cittadini thailandesi descrivono esplosioni improvvise che li hanno costretti alla fuga.
Sul piano diplomatico, l’ex presidente USA Donald Trump, già protagonista della mediazione di ottobre, ha annunciato l’intenzione di intervenire nuovamente. Tuttavia, il governo thailandese, per voce del ministero degli Esteri, ha chiarito che “non è il momento per il dialogo”, pur dichiarandosi disposto ad ascoltare eventuali proposte.
La crisi ha avuto ripercussioni anche sul piano sportivo: la Cambogia ha ritirato la propria delegazione dai Giochi del Sudest asiatico in corso a Bangkok, citando motivi di sicurezza e pressioni delle famiglie degli atleti. La decisione è stata formalizzata dal Comitato olimpico nazionale, che ha ordinato il rientro immediato di tutti i partecipanti.
La situazione resta incandescente: villaggi svuotati, famiglie in fuga e confini militarizzati dipingono un quadro di instabilità che rischia di trascinare l’intera regione in una spirale di conflitto.
(Red-Est/Adnkronos)

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