Carmelo Cinturrino, poliziotto confessa omicidio di pusher a Milano

Omicidio Mansouri, nuove accuse aggravano il caso Cinturrino

Il fermato ammette lo sparo al boschetto di Rogoredo il 26 gennaio

Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, ha confessato durante l’interrogatorio di convalida di aver sparato e ucciso il pusher marocchino Abderrahim Mansouri nel pomeriggio del 26 gennaio scorso al boschetto di Rogoredo, nella periferia milanese. L’udienza, svoltasi ieri presso il carcere di San Vittore, ha rappresentato un passaggio cruciale nell’inchiesta che vede il quarantunenne accusato di omicidio volontario e di una serie di condotte illecite ai danni degli spacciatori della zona.

Durante il confronto con il giudice, durato circa due ore, il fermato ha ricostruito nei dettagli il momento della sparatoria, fornendo una versione dei fatti che coincide sostanzialmente con gli elementi raccolti dalla Squadra Mobile. L’avvocato difensore Piero Porciani, uscendo dall’istituto penitenziario, ha sottolineato come il suo assistito abbia risposto a tutte le domande formulate, sebbene il procedimento non abbia approfondito specificamente le accuse relative alla richiesta sistematica di denaro e sostanze stupefacenti ai frequentatori del bosco.

La ricostruzione dei fatti nella fase dell’interrogatorio

Secondo quanto emerso dal verbale, Cinturrino ha dichiarato di essersi trovato nel boschetto nel pomeriggio di quel lunedì invernale. A una distanza di quasi trenta metri, riferisce il poliziotto, ha notato una sagoma che si abbassava e si alzava ripetutamente. Ritenendo di trovarsi di fronte a una minaccia imminente, ha impugnato la pistola e ha fatto fuoco. Il colpo, sparato con una precisione che successivamente lo stesso non ha saputo spiegare, ha raggiunto mortalmente il ventottenne di origine marocchina.

Solo quando si è chinato sul corpo, afferma Cinturrino, ha riconosciuto in Mansouri il pusher che da tempo cercava di catturare durante i servizi di contrasto allo spaccio. A quel punto, il quarantunenne sostiene di aver perso il controllo della situazione. Ha ordinato al collega presente di recarsi in commissariato per recuperare uno zaino nel quale, a suo dire, era nascosta una pistola giocattolo che aveva conservato anni prima, rinvenuta casualmente in zona Lambro prima della pandemia.

L’arma è stata successivamente posizionata accanto al corpo di Mansouri, costituendo il primo elemento della messa in scena che sarebbe stata architettata per giustificare l’uso della forza. Questa fase della ricostruzione rappresenta uno dei punti più critici dell’inchiesta, poiché dimostra come il poliziotto abbia intenzionalmente alterato la scena del crimine.

Le rivendicazioni di pentimento e i silenzi sulla corruzione

L’avvocato Porciani ha insistito sul pentimento del suo assistito, affermando che Cinturrino ha riconosciuto pienamente le proprie responsabilità e ha chiesto scusa a tutti coloro che lo hanno tradito, in particolare all’istituzione che ha servito per molti anni. Il legale ha sottolineato come il quarantunenne sia cosciente della gravità delle proprie azioni e della lesione arrecata all’immagine della Polizia di Stato.

Tuttavia, su un punto cruciale l’assistente capo ha mantenuto una posizione netta: ha categoricamente negato di aver mai estorto denaro dagli spacciatori, definendo tale accusa una “carnevalata”. Secondo Porciani, il suo cliente non ha confermato neppure una singola delle presunte richieste di corruzione che gli erano state contestate nel corso dell’indagine preliminare.

Diversa è la prospettiva che emerge dalle deposizioni dei colleghi di servizio, i quali hanno fornito al pubblico ministero Giovanni Tarzia un quadro sostanzialmente difforme dalle affermazioni del fermato.

La testimonianza dei colleghi: un profilo di violenza e malaffare

Tra i poliziotti sottoposti a interrogatorio come indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, emerge un ritratto tutt’altro che lusinghiero del quarantunenne. Un agente ha dichiarato di averlo visto ripetutamente chiedere denaro e droga a spacciatori e consumatori del boschetto. Secondo quanto riferito ai magistrati, Cinturrino si presentava come un personaggio “molto aggressivo”, propenso all’uso della violenza per estorcere informazioni.

Particolarmente significative le descrizioni relative a un martelletto che il fermato portava abitualmente con sé. Il legale ha tentato di minimizzare, spiegando come si trattasse di uno strumento utilizzato unicamente per scavare nei punti dove gli spacciatori occultavano la sostanza. Tuttavia, i colleghi hanno raccontato una versione radicalmente diversa, testimoniando di aver visto Cinturrino utilizzare il martello per colpire tossici e pusher al fine di costringerli a rivelare dove nascondessero i soldi e la droga.

Uno degli agenti ha parlato esplicitamente di “accanimento” nei confronti di un disabile che frequentava assiduamente il bosco. Le vittime preferenziali di questi comportamenti violenti sarebbero stati coloro che si rifiutavano di collaborare o che non fornivano informazioni ritenute sufficienti dal poliziotto.

Il sistema di estorsione e il silenzio complice

La testimonianza di un secondo agente ha fornito ulteriori dettagli sul metodo con cui Cinturrino operava. Ha descritto urla, schiaffi e colpi inferti con bastoni di legno, rimarcando come gli stessi spacciatori gli avessero confidato che con il poliziotto era possibile trovare un compromesso: consegnare la droga significava evitare l’arresto. Un informale patto che ha sorpreso lo stesso testimone, il quale ha dichiarato al pubblico ministero di non aver mai approvato questo atteggiamento.

Le deposizioni convergono nel delineare un quadro di corruzione sistematica. Uno degli agenti ha ricordato un episodio specifico: durante un controllo di routine su un tossicodipendente, era stato rinvenuto un biglietto da venti euro. La banconota era stata consegnata a Cinturrino, ma non era mai stata restituita e non era stato redatto alcun verbale di sequestro. Sebbene nessuno abbia dichiarato di aver visto direttamente i soldi finire nelle tasche del fermato, il sospetto era diffuso nella commissariato Mecenate.

Un aneddoto inedito risale ai giorni immediatamente precedenti l’omicidio. Secondo quanto dichiarato, Cinturrino si sarebbe recato nel bosco con fare ossessivo, cercando Mansouri con insistenza. Al rientro dal bosco, per “gratificare” i tossici che lo avevano aiutato nella ricerca, avrebbe fornito loro una dose di cocaina, probabilmente sottratta dagli sequestri o acquisita tramite canali corruttivi.

Il disagio diffuso nel commissariato e il peso del segreto

La sensazione di malessere nei confronti del quarantunenne era palpabile tra i colleghi. Molti hanno esplicitamente richiesto di non essere assegnati a servizi insieme a Cinturrino, avanzando motivazioni che univocamente facevano riferimento alla sua inaffidabilità. Un agente ha descritto il fermato come “molto particolare”, caratterizzato da comportamenti anomali tanto verso i spacciatori quanto verso gli stessi colleghi della divisa.

Il silenzio sulla messa in scena della pistola accanto al corpo di Mansouri è stato vissuto come “un peso” da portare. L’agente che si trovava a pochi passi dal quarantunenne al momento della sparatoria ha riferito ai colleghi di averlo visto “fiondiarsi” subito sul corpo della vittima, girarla e posizionare l’arma. La consapevolezza immediata della falsificazione della scena è stata mantenuta gelosamente entro il ristretto ambito della squadra di servizio.

I messaggi e il tentativo di crearsi un alibi temporale

Dagli interrogatori dei colleghi emerge un ulteriore elemento di rilevanza processuale. Cinturrino ha inviato tre messaggi alle 17.46 dello stesso lunedì, rivolgendosi a un collega presente sul luogo. Nel testo, riferendosi al soprannome di Mansouri, scriveva: “È arrivato in fondo Zac. Zio. Vieni che è lì”. Il timing è decisivo: la sparatoria è avvenuta alle 17.33, tredici minuti prima dei messaggi.

Secondo l’interpretazione fornita dall’agente destinatario dei messaggi, il quarantunenne ha intenzionalmente cercato di creare l’impressione che Mansouri fosse ancora vivo a quell’ora, nel tentativo di dissimulare il momento effettivo della sparatoria. La vera chiamata al 118 è arrivata alle 17.55, ventiquattro minuti dopo il colpo, nonostante il fermato avesse falsamente rassicurato i colleghi di aver già contattato i soccorsi.

L’evoluzione dell’inchiesta e le valutazioni istituzionali

La decisione del giudice Santoro sulla convalida del fermo era attesa per il giorno successivo all’interrogatorio, con un’altissima probabilità che venisse confermata la custodia in carcere. Nel frattempo, la Questura di Milano ha proseguito le audizioni di soggetti che potevano fornire testimonianze ulteriori. Alcuni hanno contattato autonomamente la difesa della famiglia di Mansouri, composta dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli. La Squadra Mobile continua a indagare per ricostruire eventuali legami tra il fermato e il mondo dello spaccio, analizzando anche il contenuto dei telefoni di entrambi i soggetti per individuare possibili messaggi esplicativi della loro relazione.

Il capo della Polizia Vittorio Pisani ha commentato pubblicamente la vicenda con parole severe, riferendosi a Cinturrino come a un “ex poliziotto” e un “delinquente”. L’avvocato Porciani ha replicato sottolineando la sottile distinzione fra colui che commette un errore e colui che sistematicamente delinque, suggerendo come l’allontanamento dall’amministrazione fosse giusto, sebbene la qualificazione di “delinquente” richiedesse una valutazione più sfumata.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affrontato la questione in conferenza stampa, affermando che non esistono “scudi” per proteggere chi viola le leggi e che le “mele marce” vanno espulse dalle istituzioni. Ha contemporaneamente ribadito l’importanza di non giudicare l’intera categoria delle forze dell’ordine sulla base dei comportamenti illeciti di singoli elementi, sottolineando come il lavoro quotidiano dei poliziotti garantisca la sicurezza di tutti i cittadini, indipendentemente dal loro orientamento politico.

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