Influenza aviaria, Ue in allerta: sessanta focolai in tre settimane

L’Europa monitora il virus mentre cresce l’attenzione anche in Italia

La influenza aviaria torna a preoccupare l’Europa. Nelle ultime tre settimane sono stati registrati sessanta nuovi focolai in allevamenti avicoli distribuiti in tredici Paesi dell’Unione, tra cui anche l’Italia. La Commissione Europea conferma di seguire l’evoluzione del virus con la massima attenzione, in un contesto che richiama quanto accaduto negli Stati Uniti, dove la diffusione del morbo ha portato a massicci abbattimenti e a un forte aumento del prezzo delle uova.

Una portavoce dell’esecutivo Ue spiega che, sul fronte della salute umana, il rischio per la popolazione generale è attualmente valutato come basso dall’Ecdc. Dal 23 dicembre a lunedì scorso, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svezia hanno notificato nuovi casi nei loro allevamenti. Al momento, sottolinea Bruxelles, non sono state rilevate infezioni umane all’interno dell’Unione.

L’attenzione resta comunque alta. La Commissione segue da vicino l’evoluzione genetica del virus e sostiene le autorità nazionali nelle attività di prevenzione, contenimento ed eradicazione della malattia. Le norme europee prevedono protocolli rigorosi in caso di focolaio di Hpai: abbattimento immediato degli animali, smaltimento sicuro, distruzione o trattamento del materiale contaminato e restrizioni alla circolazione nelle aree interessate.

L’esecutivo Ue è in contatto costante con gli Stati membri e collabora con Efsa, Ecdc, Ema, con il laboratorio di riferimento europeo e con organismi internazionali come Oms e Woah per garantire un flusso continuo di informazioni aggiornate. Sono già stati conclusi tre contratti di appalto congiunto per l’acquisto di vaccini pre‑pandemici e pandemici, destinati a rafforzare la capacità di risposta degli Stati membri.

Il quadro europeo si confronta con quanto accade negli Stati Uniti, dove si sono verificati casi di contagio all’uomo. Né negli Usa né in Europa i lavoratori degli allevamenti vengono testati sistematicamente: l’Ecdc raccomanda un monitoraggio di 10‑14 giorni per chi è stato esposto ad animali infetti, con test immediato in caso di sintomi. Il tampone può essere valutato anche per gli asintomatici, in base al livello di esposizione.

Sul fronte vaccinale, l’Ue dispone di tre vaccini autorizzati contro l’influenza aviaria e di quattro vaccini pandemici basati su tecnologie già testate contro i ceppi H5N1. In caso di pandemia, i produttori dovrebbero adattare rapidamente i vaccini al ceppo circolante e richiedere l’autorizzazione per la versione definitiva.

La Commissione ricorda infine che la regionalizzazione delle aree colpite, pubblicata regolarmente sulla Gazzetta ufficiale, consente di delimitare le zone infette e proteggere quelle indenni. Un sistema che, insieme alle misure di biosicurezza e ai protocolli di emergenza, rappresenta il pilastro della strategia europea per contenere un virus che, sebbene oggi sotto controllo, resta un potenziale rischio per la salute animale e, in caso di mutazioni, anche per quella umana.

 

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