Il presidente Usa annuncia la conclusione del conflitto e attacca la Spagna
La campagna militare contro l’Iran volge al termine. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel corso di un’intervista telefonica rilasciata ad Axios, precisando che sarà lui a stabilire i tempi per la cessazione definitiva delle ostilità. “Non è praticamente rimasto niente da colpire, solo qualche piccola cosa qua e là”, ha affermato il capo della Casa Bianca, rivendicando il successo dell’operazione. “Siamo molto in anticipo rispetto al programma e abbiamo causato danni superiori a ogni previsione”.
Solo quarantotto ore fa, lo stesso Trump aveva definito la campagna “praticamente completata”, ma oggi ha voluto precisare che l’azione proseguirà fino a quando non riterrà soddisfatti gli obiettivi. Parlando con i giornalisti prima della partenza per il Kentucky, ha elencato le distruzioni inflitte al nemico: “Hanno perso la Marina, l’Aeronautica, i sistemi di difesa antiaerea e i radar. I loro leader non ci sono più. Possiamo fare molto di peggio, ma quando deciderò che deve finire, finirà”.
Stretto di Hormuz e la questione spagnola
Nel corso della stessa giornata, Trump ha esortato le compagnie petrolifere internazionali a transitare nello Stretto di Hormuz, nonostante le minacce dei Pasdaran contro le imbarcazioni prive di autorizzazione. “Penso che dovrebbero attraversarlo”, ha dichiarato, sottolineando come in una sola notte le forze statunitensi abbiano distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane. Alla domanda sulla presenza di ordigni nelle acque dello Stretto, ha risposto con decisione: “Non crediamo”.
Ma il presidente ha riservato le parole più dure alla Spagna. “Non stanno collaborando affatto, sono stati pessimi”, ha tuonato, annunciando la possibile interruzione degli scambi commerciali con Madrid. “Vengono protetti dalla Nato, ma non vogliono pagare la loro quota giusta. Il popolo spagnolo è fantastico, la leadership non è così buona”. L’accusa riguarda il mancato contributo economico all’Alleanza Atlantica, una questione che Trump ha più volte sollevato nei confronti di vari membri europei.
Il nodo israeliano-americano
Sulla tempistica della fine del conflitto emergono differenze tra Washington e Tel Aviv. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che l’operazione militare congiunta “continuerà senza limiti di tempo”, in contrasto con le dichiarazioni del presidente americano. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, i colloqui tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu sono quotidiani, talvolta anche multipli nell’arco della stessa giornata, con la partecipazione del segretario di Stato Marco Rubio e dell’inviato speciale Jared Kushner.
Fonti della Casa Bianca rivelano una crescente preoccupazione che Israele voglia prolungare il conflitto oltre i desiderata americani. Funzionari statunitensi hanno fatto presente a Tel Aviv che l’amministrazione “non era soddisfatta” degli attacchi alle strutture energetiche iraniane, intimando di non ripeterli senza preventiva approvazione. La portavoce Karoline Leavitt ha precisato che “la fine del coinvolgimento americano sarà decisa dal comandante in capo, quando riterrà che la minaccia del regime sia stata completamente annientata”.
Nonostante lo stretto coordinamento, Netanyahu continua a perseguire obiettivi massimalisti. “La nostra aspirazione è permettere al popolo iraniano di liberarsi dal giogo della tirannia”, ha dichiarato il premier israeliano, ampliando il raggio d’azione fino a includere l’industria petrolifera nel tentativo di imporre un cambio di leadership a Teheran.
L’attacco dei Pasdaran e le sorti della nuova Guida
I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato azioni di ritorsione contro obiettivi statunitensi in Kuwait e Bahrein. Secondo il sito Sepah News, sarebbero state colpite infrastrutture chiave nella base di Mina Salman, centro nevralgico della Quinta Flotta, e installazioni in territorio kuwaitiano tra cui Camp Patriot e Camp Buehring, con pesanti perdite tra i soldati americani.
Intanto si fanno più chiare le condizioni di Mojtaba Khamenei, figlio dell’Ayatollah Ali Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran. Fonti citate dalla Cnn riferiscono che il religioso ha riportato la frattura di un piede, un ematoma all’occhio sinistro e lacerazioni al viso durante il raid del 28 febbraio che uccise suo padre e altri cinque familiari. Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano, ha confermato che Khamenei era rimasto ferito, ma ha assicurato che ora si trova “al sicuro, sano e salvo”. La nuova Guida non è ancora apparsa in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni dalla sua nomina avvenuta domenica scorsa.

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