Vendite porta a porta, oltre 1.200 donne anziane tra vittime
🚨 Oltre 1.200 donne anziane sarebbero state vittime di truffe ed estorsioni nelle vendite porta a porta. La Procura di Padova ha chiesto il rinvio a giudizio per sei persone dopo le indagini della Guardia di Finanza. Ora
La Procura della Repubblica di Padova ha chiesto il rinvio a giudizio di sei persone ritenute coinvolte in un’associazione a delinquere che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe realizzato truffe ed estorsioni attraverso le vendite porta a porta. Le vittime individuate nel corso delle indagini sono più di 1.200, prevalentemente donne anziane residenti in numerose province italiane, compresa Perugia.
L’inchiesta è stata condotta dalle Fiamme Gialle del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Padova, nell’ambito delle attività rivolte alla tutela delle fasce più vulnerabili della popolazione. Il gruppo investigato sarebbe stato radicato nel territorio padovano, ma avrebbe operato in molte zone d’Italia attraverso una rete di agenti impegnati nelle vendite a domicilio.
La richiesta di rinvio a giudizio rappresenta l’ultimo sviluppo di una complessa attività investigativa che aveva già portato all’applicazione di misure cautelari personali nei confronti dei soggetti indicati come capi e promotori dell’organizzazione e a un sequestro preventivo del profitto quantificato in 2,5 milioni di euro.
Le misure cautelari eseguite nel gennaio scorso
Il procedimento aveva già conosciuto una fase significativa nel gennaio scorso, quando erano state eseguite le misure disposte dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Padova. Il provvedimento aveva riguardato cinque misure cautelari personali, tra le quali una custodia in carcere e due arresti domiciliari.
Contestualmente erano stati eseguiti sequestri e perquisizioni. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, proprio l’attività svolta durante quella fase avrebbe consentito di acquisire ulteriori elementi attraverso l’analisi di prove digitali, documentazione e nuove testimonianze raccolte tra le persone coinvolte nella vicenda.
Gli approfondimenti avrebbero così rafforzato il quadro indiziario già emerso durante la prima fase delle indagini, permettendo agli investigatori di proseguire gli accertamenti sulle modalità con cui sarebbero state organizzate le vendite e individuate le persone da raggiungere nelle rispettive abitazioni.
Il quadro accusatorio, secondo quanto riferito dalla Guardia di Finanza, è stato confermato anche nel corso delle diverse istanze di riesame presentate dagli indagati davanti ai Tribunali di Venezia e Padova.
Sequestrati beni di lusso e disponibilità finanziarie
Nel corso delle attività sono stati sottoposti a sequestro orologi, gioielli, capi di abbigliamento e accessori di lusso, insieme a disponibilità finanziarie e ad altri beni mobili e immobili.
L’indagine, tuttavia, era iniziata prima delle misure cautelari e aveva preso le mosse dall’ordinaria attività di controllo economico del territorio svolta dalla Guardia di Finanza.
Per diversi mesi, i militari avevano osservato alcuni soggetti padovani che frequentavano abitualmente locali esclusivi della movida cittadina e utilizzavano automobili di lusso. Da questi elementi erano partiti gli approfondimenti sulla loro situazione economica e sulle attività esercitate.
Gli accertamenti avrebbero evidenziato incongruenze tra quanto dichiarato all’Amministrazione Finanziaria e il tenore di vita riscontrato dagli investigatori. L’attenzione delle Fiamme Gialle si era quindi concentrata anche sulla società amministrata dai soggetti controllati.
La clientela composta da donne ultrasessantenni
Uno degli elementi ritenuti anomali dagli investigatori riguardava la composizione della clientela dell’impresa, formata interamente da donne con più di sessant’anni.
Le successive testimonianze raccolte da alcune clienti, sfociate in diversi casi anche in denunce, avrebbero permesso di ricostruire il sistema utilizzato per individuare le persone da raggiungere e proporre loro l’acquisto di prodotti per la casa.
Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe utilizzato elenchi nominativi acquistati da altre società attive nello stesso settore. Attraverso una rete di agenti di vendita sarebbero state percorse quasi quotidianamente determinate aree territoriali.
Gli incaricati, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbero avuto a disposizione informazioni utili per individuare abitazioni nelle quali vivevano anziani, pensionati, casalinghe e persone sole. Una volta raggiunto il domicilio, i venditori avrebbero cercato di ottenere l’accesso all’abitazione attraverso tecniche di persuasione.
I precedenti contratti usati per convincere le clienti
Una volta entrati nelle case, gli incaricati avrebbero sostenuto che le clienti fossero ancora vincolate da precedenti contratti di acquisto, sottoscritti anche diversi anni prima con altre aziende operanti nelle vendite a domicilio.
Secondo quanto contestato, alle donne veniva prospettato un presunto obbligo di effettuare nuovi acquisti in virtù di quelle precedenti sottoscrizioni. La proposta riguardava diversi articoli destinati alla casa e al benessere personale.
Tra i prodotti figuravano ferri da stiro, set di pentole, materassi, topper, cuscini, lenzuola, poltrone reclinabili e dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia.
Gli articoli sarebbero stati presentati alle clienti come prodotti di elevata qualità . Secondo quanto emerso dall’inchiesta, tuttavia, avrebbero avuto in realtà un valore molto più basso rispetto ai prezzi richiesti.
Acquisti tra cinquemila e settemila euro
Le somme necessarie per concludere gli acquisti oscillavano, secondo gli investigatori, tra 5.000 e 7.000 euro. Una cifra particolarmente rilevante considerando che molte delle donne coinvolte si trovavano in condizioni economiche difficili e, in numerosi casi, vivevano soltanto con la pensione minima.
Per consentire il pagamento degli articoli, gli acquisti sarebbero stati prevalentemente collegati all’attivazione di finanziamenti presso primarie società di credito al consumo.
Questo sistema avrebbe permesso di concludere operazioni anche quando le clienti non disponevano delle somme necessarie per pagare immediatamente i prodotti.
Secondo la ricostruzione investigativa, alcune delle persone più vulnerabili sarebbero state raggiunte nuovamente a distanza di pochi mesi. I venditori sarebbero tornati nelle loro abitazioni proponendo o imponendo ulteriori ordini di prodotti destinati alla casa.
In queste circostanze, il finanziamento precedentemente attivato sarebbe stato rimodulato, con conseguente aumento dell’importo delle rate e della durata complessiva dell’impegno finanziario assunto dalle clienti.
Le contestazioni in caso di rifiuto
Un passaggio centrale dell’inchiesta riguarda il comportamento che sarebbe stato adottato quando le donne manifestavano dubbi, resistenze o rifiutavano di effettuare ulteriori acquisti.
Secondo l’accusa, in queste situazioni gli indagati avrebbero prospettato il ricorso alle vie legali, sostenendo che i vecchi contratti sottoscritti negli anni precedenti obbligassero ancora le clienti a comprare altri prodotti.
È proprio da questa condotta che deriva, secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza e della Procura della Repubblica di Padova, la contestazione relativa all’estorsione.
L’insistenza esercitata nei confronti delle clienti sarebbe stata accompagnata anche da telefonate inscenate davanti alle stesse donne. Gli interlocutori venivano presentati come responsabili delle aziende con cui erano stati conclusi i precedenti contratti.
Le telefonate avrebbero contribuito a rafforzare nelle vittime la convinzione di trovarsi davanti a obblighi contrattuali effettivamente esistenti e di dover quindi accettare le nuove proposte.
Nuovi ordini per sottrarsi alle pressioni
Molte donne, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbero infine sottoscritto nuovi ordini pur non avendo necessità dei prodotti proposti.
La decisione sarebbe stata determinata dalla volontà di porre fine alla pressione esercitata dai venditori presenti nelle loro abitazioni. Le modalità utilizzate avrebbero quindi trasformato la vendita porta a porta, secondo l’impostazione accusatoria, in uno strumento attraverso il quale ottenere nuove sottoscrizioni e finanziamenti.
La Guardia di Finanza ha ricostruito una platea estremamente ampia di persone coinvolte. Le vittime individuate sono risultate più di 1.200, distribuite in numerose province del territorio nazionale.
Oltre a Padova, l’indagine ha interessato persone residenti nelle province di Alessandria, Ancona, Arezzo, Asti, Belluno, Bergamo, Bologna, Bolzano, Brescia, Como, Cremona, Cuneo, Ferrara, Firenze, Forlì-Cesena, Genova, Gorizia, Grosseto, Lecco, Lodi, Lucca e Macerata.
Tra le province coinvolte anche Perugia
La distribuzione territoriale delle vittime comprende inoltre Mantova, Milano, Modena, Monza-Brianza, Novara, Parma, Pavia, Perugia, Pesaro-Urbino, Piacenza, Pordenone, Prato, Ravenna, Reggio Emilia, Rimini, Rovigo, Savona, Siena e Sondrio.
Nell’elenco figurano anche Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Vercelli, Verona e Vicenza.
L’ampiezza geografica ricostruita dagli investigatori mostra come l’attività contestata non fosse circoscritta al territorio padovano, dove l’organizzazione avrebbe avuto il proprio radicamento, ma fosse estesa a numerose aree del Centro e del Nord Italia.
Il sistema avrebbe consentito di raggiungere un numero elevato di persone attraverso la rete commerciale e gli elenchi nominativi utilizzati per programmare le visite nelle abitazioni.
Ricarichi sui prodotti fino all’800 per cento
Secondo gli accertamenti della Guardia di Finanza, i profitti sarebbero derivati anche da ricarichi fino all’800 per cento sui prodotti venduti alle clienti.
A queste entrate si sarebbero aggiunte le provvigioni riconosciute dalle società finanziarie per ogni concessione di credito al consumo collegata agli acquisti effettuati.
Il meccanismo avrebbe quindi prodotto guadagni sia attraverso la differenza tra il valore degli articoli e il prezzo applicato alle clienti, sia attraverso le somme riconosciute in relazione ai finanziamenti.
Le risorse accumulate avrebbero consentito ai principali indagati, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, di mantenere uno stile di vita particolarmente elevato, elemento che aveva contribuito ad attirare inizialmente l’attenzione delle Fiamme Gialle.
Auto di lusso, ristoranti e alta moda
Tra le spese ricostruite durante gli accertamenti figurano vacanze, frequentazioni di ristoranti raffinati e acquisti di abbigliamento e accessori presso importanti maison dell’alta moda.
Gli investigatori hanno inoltre rilevato il ricorso al noleggio di automobili di lusso, tra cui Ferrari, Lamborghini, Bentley e Porsche.
Proprio il tenore di vita osservato durante i controlli economici sul territorio aveva rappresentato uno dei primi elementi da cui erano partiti gli approfondimenti. Le successive verifiche fiscali, societarie e investigative avevano poi indirizzato l’attenzione sulla clientela e sulle modalità utilizzate nelle vendite porta a porta.
Da quella prima attività si è sviluppata l’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, culminata nelle misure cautelari, nei sequestri e, ora, nella richiesta di rinvio a giudizio per sei persone.
L’inchiesta coordinata dalla Procura di Padova
La complessa attività investigativa è stata svolta dalla Guardia di Finanza di Padova sotto la direzione e il coordinamento della locale Procura della Repubblica.
Gli accertamenti hanno riguardato le ipotesi di estorsione, truffa e riciclaggio dei proventi illeciti contestate nell’ambito del procedimento. L’obiettivo dell’attività investigativa è stato anche quello di tutelare persone considerate particolarmente esposte per età , condizioni economiche e situazione personale.
Le testimonianze, gli elementi documentali e le prove digitali acquisite nel corso dell’inchiesta hanno consentito agli investigatori di ricostruire il presunto funzionamento del sistema, dalle modalità di selezione delle clienti fino alla sottoscrizione degli ordini e all’attivazione dei finanziamenti.
La richiesta di rinvio a giudizio dovrà ora essere valutata nell’ambito del procedimento giudiziario. Le contestazioni formulate rappresentano l’impostazione accusatoria e dovranno essere sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria nelle successive fasi processuali.
Gli imputati devono essere considerati non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.

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