Come Meloni tenta il modello albanese ma sceglie anche l’apertura interna
La Spagna percorre una strada ambigua nella gestione dei flussi migratori, combinando strumenti che richiamano il modello italiano con l’Albania mentre contemporaneamente sviluppa strategie di regolarizzazione interna che suscitano forti critiche dalle destre europee. Il governo socialista di Pedro Sánchez costruisce così un approccio a due velocità: da un lato interventi esternalizzati nei paesi di transito, dall’altro l’apertura verso un’integrazione controllata di centinaia di migliaia di presenze irregolari già radicate nel territorio.
La strategia esterna con Bruxelles e Nouakchott
L’architrave esterna del disegno spagnolo poggia su un’intesa bilaterale sottoscritta tra l’Unione Europea e la Mauritania a marzo 2024, successivamente ampliata tramite l’azione diretta di Madrid. Lo strumento finanziario mobilita risorse superiori ai 200 milioni di euro destinati al rafforzamento dei controlli frontalieri, al supporto operativo delle autorità locali nelle operazioni di intercettazione marittima e alla lotta contro le organizzazioni criminali dedite al traffico di persone. Concretamente, l’attivazione si traduce in operazioni congiunte di pattugliamento, esercitazioni coordinate e gestione dei migranti intercettati direttamente nel territorio mauritano, perseguendo l’obiettivo dichiarato di arrestare i flussi verso l’arcipelago canario prima che raggiungano le acque di giurisdizione europea.
All’interno di questo quadro rientrano due strutture inaugurate nell’ottobre scorso nelle città di Nouadhibou e Nouakchott, realizzate mediante finanziamenti provenienti dai bilanci comunitari attraverso l’agenzia governativa Fiap, ente collegato al dicastero degli Affari Esteri spagnolo. Sebbene formalmente descritti come spazi dedicati alla “prima accoglienza temporanea” con durata massima di 72 ore, le indagini condotte da media locali hanno sottolineato la loro vera funzione di strutture detentive per migranti. Gli impianti contengono arredi per neonati e dispongono della capacità di trattenere minori accompagnati da adulti, un’opzione esclusa nelle strutture equivalenti disponibili nel territorio spagnolo. La responsabilità gestionale rimane formalmente in capo alle autorità mauritane, beneficiarie tuttavia di assistenza operativa continua e trasferimento di competenze amministrative dal lato iberico.
I distinguo rispetto al modello italiano
Divergenze significative separano l’esperienza spagnola da quanto realizzato dall’Italia con l’Albania. L’accordo italo-albanese prevede il trasferimento di parte dei migranti soccorsi in mare verso centri costruiti e amministrati direttamente da Roma in territorio albanese, dove vengono condotte procedure accelerate relative all’esame delle richieste di protezione internazionale e ai rimpatri. L’approccio spagnolo persegue invece una logica diversa: interviene nelle fasi iniziali della migrazione, operando nei paesi di transito e impedendo il raggiungimento delle coste comunitarie ancor prima che il fenomeno si cristallizzi in acque europee. Tale strategia comporta il delegamento della gran parte degli oneri gestionali alle amministrazioni locali, che ricevono in cambio finanziamenti cospicui, equipaggiamenti tecnologici e programmi di formazione specializzata provenienti dall’Unione.
La piega interna: regolarizzazione straordinaria
Il progetto migratorio avanzato dall’esecutivo spagnolo non si ferma tuttavia alla dimensione esterna: appena due settimane prima rispetto alla presente analisi, Sánchez ha sottoscritto un decreto che attiva una procedura di regolarizzazione straordinaria potenzialmente estesa a circa 500mila persone attualmente presenti irregolarmente nel territorio spagnolo. Il provvedimento si rivolge specificamente ai soggetti che hanno varcato i confini spagnoli prima del 2026, possono certificare una permanenza ininterrotta superiore a cinque mesi e non presentano precedenti di natura penale. L’accesso al beneficio richiede il possesso di uno dei seguenti requisiti: l’esistenza di un contratto di lavoro sottoscritto o una proposta concreta di impiego, l’esistenza di legami di parentela nel territorio spagnolo, oppure l’appartenenza a categorie vulnerabili secondo gli standard internazionali. Chi soddisfa tali condizioni acquisisce il diritto a un permesso di soggiorno e autorizzazione al lavoro della durata di dodici mesi, rinnovabile secondo modalità ancora in corso di definizione.
Le reazioni di Bruxelles e della destra europea
A distanza di pochi giorni dalla pubblicazione del decreto, il 18 aprile, il gruppo politico degli Conservatori e Riformisti Europei, guidato da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ha indirizzato una comunicazione formale alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al commissario responsabile dei Dossier Interni, esprimendo preoccupazioni acute circa le conseguenze della sanatoria iberica. La missiva denuncia una carenza di “rigore” nelle condizioni applicate, prospettando il rischio di generare un “flusso continuo e inarrestabile di persone” diffuso nell’intero spazio dell’Unione, con effetti di attrazione (cosiddetti pull factor) e conseguenti spostamenti secondari verso altri stati firmatari dell’accordo di Schengen.
L’elemento della composizione demografica
Un aspetto che caratterizza specificamente il caso spagnolo emerge dall’analisi della composizione anagrafica e culturale dei beneficiari della sanatoria. Oltre il 70 per cento dei candidati alla regolarizzazione proviene dal continente americano, principalmente da realtà statali come Colombia, Perù, Venezuela, Honduras ed Ecuador, con una prevalenza schiacciante di parlanti nativi di lingua castigliana e adesione al credo cattolico. Questa peculiarità linguistica e religiosa crea premesse differenti rispetto ad altri contesti europei come quello italiano, dove i flussi irregolari includono quote sostanzialmente più significative di persone appartenenti a confessioni religiose di matrice islamica. Secondo le valutazioni di osservatori specializzati, la condivisione della lingua comune facilita l’abbattimento delle barriere comunicative iniziali e riduce i tempi di inserimento nei mercati del lavoro locale. La comunanza religiosa, dal canto suo, consente l’attivazione di reti di supporto rappresentate dalle istituzioni ecclesiastiche spagnole, particolarmente attraverso l’opera della Cáritas cattolica e dalle strutture parrocchiali diffuse nei quartieri, le quali hanno esplicitamente sostenuto e promosso il processo di sanatoria presso i beneficiari potenziali.

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