Putin alza la posta con villaggi fantasma e minaccia di buffer
La guerra in Ucraina entra in una fase di logoramento in cui ogni metro di terreno viene caricato di significati politici più che militari. Mosca, in difficoltà nel trasformare gli sforzi sul campo in risultati decisivi nel Donetsk, concentra l’attenzione su una serie di conquiste marginali da spendere al tavolo dei negoziati come prova di un’offensiva sempre in corso. Vladimir Putin insiste pubblicamente sul fatto che le truppe russe “avanzano lungo tutto il fronte”, legando questa narrazione all’obiettivo dichiarato di controllare l’intero Donbass e di imporre una “zona cuscinetto” lungo il confine con l’Ucraina.
Le valutazioni dell’Institute for the Study of War, think tank statunitense che monitora quotidianamente il conflitto, ridimensionano tuttavia il peso reale di questi movimenti. Le linee del fronte restano sostanzialmente stabili, con guadagni territoriali russi spesso limitati a piccoli insediamenti rurali o aree già spopolate, che non alterano in modo significativo gli equilibri operativi. L’Isw sottolinea come i successi propagandati da Mosca vadano misurati non solo in chilometri ma in capacità di incidere su logistica, difese e morale dell’avversario, elementi che al momento non sembrano subire scossoni irreversibili.
In parallelo, Kiev prova a smontare il racconto russo con mosse simboliche ad alto impatto comunicativo. La visita del presidente Volodymyr Zelensky a Kupiansk, città più volte al centro di rivendicazioni contrastanti, è stata costruita come risposta diretta al Cremlino: un video diffuso sui canali ufficiali mostra il capo di Stato ucraino sul terreno, a conferma che le truppe di Kiev mantengono presenza e capacità di controffensiva nell’area. Putin ha tentato di minimizzare l’episodio, ma la scena ha contribuito a incrinare la rappresentazione di una avanzata russa inarrestabile nel settore nord-orientale del fronte.
La tattica russa nel nord si è concentrata nelle ultime settimane su incursioni in zone scarsamente difese delle regioni di Sumy e Kharkiv, aree considerate fino a poco tempo fa relativamente “dormienti” rispetto ai settori più caldi del Donbass. In queste aree le forze di Mosca non hanno replicato le modalità d’azione viste nelle offensive su Pokrovsk o lungo l’asse Slovyansk-Lyman, dove sono state impiegate piccole unità d’assalto, infiltrazioni e attacchi ripetuti per logorare le linee ucraine. Al contrario, nella zona di confine si sono viste formazioni più visibili, con gruppi numerosi che attraversano il limite amministrativo puntando su villaggi quasi privi di valore militare.
Un caso emblematico è l’assalto nelle vicinanze di Sotnytskyi Kozachok, al confine con la Russia, teatro nel tempo di limitati scontri e raid, ma privo di un ruolo centrale nella struttura difensiva ucraina. Per assicurarsi l’area, le forze russe hanno impiegato un dispositivo insolitamente compatto e ben individuabile dai sistemi di sorveglianza, segnale che l’obiettivo principale non era l’effetto sorpresa ma la dimostrazione plastica, anche verso l’opinione pubblica interna, di un esercito in movimento. Analisti militari valutano queste azioni come operazioni di disturbo e messaggi politici travestiti da conquiste, piuttosto che come la preparazione di una manovra su larga scala nel nord del Paese.
Il portavoce della Task Force delle Forze Congiunte ucraine, colonnello Viktor Trehubov, ha definito esplicitamente le azioni russe in queste zone una “provocazione locale”, ritenendo improbabile che preludano a una grande offensiva transfrontaliera. La definizione riassume bene una serie di raid e penetrazioni oltre confine registrate negli ultimi giorni, dalla fascia settentrionale di Sumy alle aree rurali a ridosso di Kharkiv, dove fino alla scorsa estate non si erano segnalate attività intense. In questo quadro, l’Isw ribadisce che la linea del fronte ucraina non appare sul punto di un rapido collasso e che l’ipotesi di una vittoria russa “inevitabile” resta una costruzione propagandistica più che una prospettiva basata sui dati militari.
Tra i casi più recenti figurano le rivendicazioni russe sulla presa di Hrabovske e Vysoke nell’oblast di Sumy, piccoli centri rurali situati lungo il confine, oggetto di attacchi nella notte tra il 19 e il 20 dicembre. Kiev ha riconosciuto di aver ritirato alcune unità da postazioni avanzate nella zona di Hrabovske, spiegando che lo spostamento è stato deciso per stabilizzare la difesa su linee più favorevoli e ridurre l’esposizione a fuoco di artiglieria e droni. Le fonti ucraine sottolineano che l’eventuale perdita temporanea di villaggi periferici non incide sulla capacità di proteggere i centri abitati più importanti e le principali vie di rifornimento.
Il concetto di “zona cuscinetto” evocato da Putin per il nord rischia di diventare un precedente da estendere, tramite un intreccio di negoziati e operazioni ibride, all’intero territorio ucraino. In questo scenario, Mosca accumula piccole conquiste vicine al confine da presentare come fatto compiuto, puntando a legittimare alle future trattative una fascia territoriale sottratta alla sovranità di Kiev in nome della “sicurezza” russa. Per gli analisti occidentali, la posta in gioco non è tanto la sorte di Hrabovske o Vysoke, quanto il precedente politico che tali micro-avanzate potrebbero consolidare, soprattutto se accompagnate da pressioni diplomatiche e campagne informative coordinate.
Nel frattempo, l’apparato militare russo continua a spostare reparti verso le direttrici più critiche, in particolare nelle aree di Huliaipole e Pokrovsk, dove si combattono alcune delle battaglie più dure del fronte orientale. Questi ridispiegamenti confermano che il peso principale dell’offensiva resta concentrato nel Donbass, con l’obiettivo dichiarato di completare la presa di Luhansk e accerchiare segmenti delle difese ucraine nel Donetsk, mentre il nord viene usato più come teatro di pressione psicologica e politica. Le risorse impiegate nei raid di confine, pur non trascurabili, appaiono così calibrate per non indebolire gli sforzi in corso sui nodi urbani e logistici ritenuti realmente decisivi.
Il quadro complessivo che emerge è quello di una Russia che, pur continuando a subire perdite significative e ad affrontare limiti strutturali nelle capacità offensive, cerca di presentarsi come attore dominante in vista di possibili discussioni sul cessate il fuoco. L’accumulo di simboliche conquiste nel nord e nel Donbass serve a sostenere l’idea che ogni rallentamento dell’avanzata sia il frutto di una scelta politica e non di una costrizione militare, aumentando così le richieste che il Cremlino potrebbe avanzare per sedersi al tavolo in posizione di forza. Per Kiev, al contrario, la priorità resta dimostrare che la linea di difesa tiene, che la capacità di controffensiva non è esaurita e che la vittoria russa non è affatto predeterminata, né sul terreno né nella futura arena negoziale.
(Sip/Adnkronos)

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