La difesa contesta la decisione dei giudici de L’Aquila
Il deposito di un atto legale di trentasette pagine presso la Corte d’Appello de L’Aquila riapre ufficialmente il caso dei tre bambini di Palmoli, noti per la vicenda della famiglia residente nel bosco in provincia di Chieti. I legali dei coniugi Trevallion-Birmingham hanno impugnato con forza l’ultima decisione del Tribunale per i minorenni, che lo scorso novembre aveva stabilito il trasferimento dei piccoli in una nuova struttura e l’allontanamento forzato della madre. La strategia difensiva punta a smontare quella che viene definita una visione parziale dei fatti, parlando apertamente di un pregiudizio ideologico che avrebbe trasformato la figura materna in un bersaglio, richiamando quasi antiche e oscure persecuzioni.
Secondo la ricostruzione degli avvocati, il distacco dei figli dalla madre rappresenta un fallimento emotivo ampiamente previsto, con ripercussioni gravi sulla stabilità psicofisica dei tre fratelli. Nonostante le indicazioni fornite dagli esperti di Neuropsichiatria della Asl Lanciano Vasto Chieti, che suggerivano di preservare i legami familiari per mitigare i segni di malessere, i giudici hanno ordinato il collocamento in una diversa comunità senza la presenza materna. Particolarmente contestate sono le modalità dell’operazione, avvenuta alle otto del mattino con l’impiego delle forze dell’ordine, un’azione descritta come priva di sensibilità umana e capace di segnare indelebilmente la psiche dei bambini.
Il ricorso sottolinea come le motivazioni alla base del provvedimento iniziale siano ormai prive di fondamento. I difensori sostengono che i genitori abbiano già risolto ogni punto critico precedentemente sollevato, tra cui la disponibilità di un’abitazione idonea, la regolarizzazione dei cicli vaccinali e il corretto inserimento scolastico e sociale. Tuttavia, queste evidenze sarebbero state totalmente ignorate dall’ordinanza impugnata, preferendo basarsi su relazioni dei servizi sociali ritenute dai legali prive di un’analisi critica e basate su informazioni di seconda mano. Per la difesa, il Tribunale ha alterato l’equilibrio del processo dando credito solo a visioni unidirezionali.
Nel documento depositato a L’Aquila, la madre viene descritta come il perno affettivo fondamentale per i minori, una presenza giudicata rassicurante anche dagli specialisti esterni e dagli insegnanti. Al contrario, l’attuale gestione avrebbe prodotto situazioni paradossali, come la sostituzione della madre con un’operatrice notturna nella stanza dei bambini. Tale separazione avrebbe innescato chiari sintomi di trauma da sradicamento, manifestati attraverso ansia, disturbi del sonno e preoccupanti regressioni. La difesa respinge come false le descrizioni dei servizi sociali che ritraggono i bambini come sereni dopo il distacco, portando prove di pianti disperati e attacchi di panico durante il prelievo coatto. Obiettivo dell’impugnazione è ottenere la sospensione immediata e la revoca definitiva del provvedimento, garantendo il ricongiungimento istantaneo del nucleo familiare. In alternativa, i legali chiedono che i minori vengano affidati al padre, descritto come figura pienamente adeguata e in grado di ristabilire la necessaria tranquillità domestica.
Le conclusioni del ricorso pongono un interrogativo severo sulla gestione della giustizia minorile, affermando che decisioni così impattanti non possono essere delegate acriticamente alla burocrazia degli assistenti sociali. La parola passa ora ai giudici d’appello per la valutazione di questo delicato equilibrio tra protezione istituzionale e diritti affettivi primari.

Commenta per primo