Nepal travolto da fango e ghiaccio, italiani ancora dispersi

Nepal travolto da fango e ghiaccio, italiani ancora dispersi

Stefano Lotumolo salvo, ore d’ansia per Marco Ratto disperso

📌 FLASH NEWS – Nepal e Tibet colpiti da alluvioni e frane. Stefano Lotumolo è stato tratto in salvo dopo il passaggio della colata di fango e detriti. Marco Ratto, 50 anni, di Rapallo, risulta disperso. Proseguono le ricerche sul posto ora.


Una catastrofe tra Nepal e Tibet

Una massa enorme di ghiaccio, acqua, fango e detriti ha devastato la regione di confine tra Nepal e Tibet, travolgendo villaggi, infrastrutture e mezzi e lasciando dietro di sé un numero altissimo di vittime e dispersi. Tra le persone coinvolte ci sono anche cittadini italiani. Alcuni sono stati messi in salvo, mentre per altri proseguono le verifiche e le ricerche.

Il bilancio riportato nelle informazioni disponibili alla giornata di giovedì 27 agosto parla di 270 morti e oltre 1.300 dispersi nei territori interessati dalla catastrofe. Numeri che restituiscono la dimensione di un evento che ha investito un’area molto vasta e che continua a impegnare squadre di soccorso, militari e autorità locali.

Tra i sopravvissuti c’è Stefano Lotumolo, fotografo toscano, che si trovava con un gruppo di turisti italiani diretto verso il monte Kailash per un viaggio spirituale. Con lui c’era anche Valentina Piccinini, di Torino. I due sono riusciti a salvarsi dopo essere arrivati a pochi metri dalla colata che ha travolto la valle.

Diversa è la situazione di Marco Ratto, 50 anni, di Rapallo, titolare della Silver’s, azienda che commercializza orologi e gioielli. Di lui non si hanno ancora notizie certe e nella città ligure sono ore di forte apprensione.

Stefano Lotumolo e quei secondi decisivi

La testimonianza di Stefano Lotumolo permette di ricostruire la violenza con cui la massa di acqua e detriti ha raggiunto la valle. Il fotografo e gli altri componenti del gruppo si trovavano su un pullman, a circa venti metri dal punto investito dal disastro, quando hanno visto arrivare dalla montagna un’enorme onda.

Lotumolo ha raccontato all’Adnkronos di avere sentito prima un rumore fortissimo e subito dopo un boato. La colata è passata a circa dieci metri dal loro mezzo e ha trascinato via altri pullman che si trovavano davanti.

Per gli occupanti sono stati decisivi pochissimi istanti. Il gruppo avrebbe avuto appena una ventina di secondi per abbandonare il pullman e mettersi in salvo. Una corsa contro il tempo mentre acqua, fango e materiale trascinato dalla montagna investivano ciò che si trovava lungo il percorso.

Secondo il racconto del fotografo, nella vallata sarebbero rimasti in piedi soltanto due pullman, compreso quello sul quale viaggiava il gruppo italiano. Una circostanza che Lotumolo ha descritto con parole legate alla consapevolezza di essere scampato per pochissimo alla tragedia.

Il villaggio cancellato dalla colata

Il gruppo aveva raggiunto il giorno precedente un villaggio durante il viaggio verso il monte Kailash, luogo considerato la dimora del dio Shiva. Proprio quella località è stata successivamente investita dalla devastazione.

Lotumolo ha riferito che il villaggio nel quale avevano trascorso la notte è stato completamente spazzato via. Anche la struttura utilizzata dal gruppo per dormire non esiste più. Con essa sono andati perduti documenti, denaro ed effetti personali.

La priorità, tuttavia, è stata salvarsi. Dopo essere riusciti a fuggire dalla zona immediatamente investita dalla colata, i turisti hanno dovuto affrontare ore difficili senza poter contare sui normali punti di riferimento.

L’evento ha modificato in pochi istanti il paesaggio della valle. La forza dell’acqua e dei detriti ha distrutto strutture e collegamenti e reso estremamente difficili gli spostamenti. Per chi si trovava nell’area, la possibilità di allontanarsi è dipesa anche dall’assistenza ricevuta sul posto.

Una notte sulla montagna con gli abitanti

Dopo la fuga, Stefano Lotumolo e gli altri componenti del gruppo hanno trascorso una notte in una sistemazione di fortuna in montagna, insieme alla popolazione locale. I residenti e le guide hanno aiutato i turisti dopo la distruzione del villaggio.

Il fotografo ha sottolineato il clima di collaborazione creatosi durante l’emergenza. Persone del posto, guide e viaggiatori si sono trovati ad affrontare la stessa situazione, con strutture distrutte e collegamenti compromessi.

Solo il mattino successivo è stato possibile organizzare un intervento più strutturato. I militari nepalesi hanno avviato le operazioni di ricerca dei sopravvissuti e, quando le condizioni meteorologiche lo hanno consentito, sono entrati in azione gli elicotteri.

I velivoli hanno raggiunto la zona e trasferito i superstiti lontano dall’area maggiormente colpita. Lotumolo ha giudicato positivamente l’efficienza dell’intervento dei militari nepalesi, impegnati prima nella ricerca delle persone e successivamente nell’evacuazione.

Il trasferimento a Kathmandu

Stefano Lotumolo e Valentina Piccinini sono stati quindi portati a Kathmandu, dove si trovano in albergo. Per loro l’emergenza immediata è terminata, ma rimane da organizzare il ritorno in Italia.

La perdita dei documenti personali durante l’alluvione rende necessarie diverse procedure amministrative prima della partenza. Al momento della testimonianza, Lotumolo non era ancora in grado di indicare una data precisa per il rientro.

L’agenzia che aveva organizzato il viaggio sta assistendo i due italiani, seguendoli nelle procedure necessarie. Dopo essere sfuggiti alla colata e avere trascorso la notte in una sistemazione di emergenza, l’attesa si concentra dunque sulla possibilità di lasciare il Nepal.

Nel racconto di Lotumolo resta soprattutto l’impatto di quanto osservato nella valle. Il fotografo ha spiegato di non essere ancora riuscito a elaborare pienamente l’accaduto e ha espresso la convinzione che il numero effettivo delle vittime possa essere superiore a quello conosciuto nelle prime ore.

L’analisi di Agostino Da Polenza

Sulla possibile dinamica dell’evento è intervenuto anche Agostino Da Polenza, alpinista ed esperto di alta quota, che sta seguendo gli sviluppi insieme ai ricercatori impegnati con l’ente EvK2Cnr.

In Nepal opera infatti il Laboratorio-Osservatorio Piramide, struttura scientifica situata sotto l’Everest, a circa 150 chilometri dal punto indicato come origine della catastrofe. Nell’osservatorio è presente anche un sismografo che ha registrato il fenomeno.

Secondo Da Polenza, gli elementi analizzati indicano il collasso del fronte di un ghiacciaio in forte arretramento. La massa glaciale sarebbe precipitata trascinando una quantità enorme di materiale detritico e generando un segnale sismico inizialmente valutato nell’ambito delle verifiche in corso.

L’esperto ha descritto una massa di ghiaccio e detriti capace di acquistare una forza enorme durante la discesa, fino a investire la valle. Per rendere l’idea della potenza del fenomeno, Da Polenza ha richiamato la forza distruttiva osservata nella tragedia del Vajont.

Temperature elevate e infiltrazioni d’acqua

Tra gli elementi presi in considerazione dagli studiosi figurano temperature elevate, acqua derivante dallo scioglimento della neve, infiltrazioni e condizioni meteorologiche dei giorni precedenti.

Da Polenza ha riferito che presso la Piramide, a circa 5.500 metri di quota, erano state registrate temperature comprese tra 8 e 10 gradi nella mattinata precedente. Un dato inserito nel quadro delle condizioni che gli esperti stanno esaminando per ricostruire la sequenza del collasso.

Il ghiacciaio risultava già in forte arretramento sulla base delle immagini degli ultimi anni. Il cedimento avrebbe coinvolto dapprima la componente glaciale e successivamente una grande massa di detriti sottostante.

Le verifiche hanno riguardato inizialmente anche l’eventualità di un movimento tettonico. La ricostruzione riportata dall’USGS ha successivamente indicato che l’attività sismica attribuita in un primo momento a un terremoto era invece collegata al collasso della massa glaciale e alla successiva colata detritica.

La ricostruzione del collasso glaciale

Secondo gli elementi riportati dall’USGS, l’analisi delle stazioni sismiche, delle onde a lungo periodo e delle immagini satellitari ha permesso di ricondurre il segnale registrato al crollo glaciale e alla colata di detriti, escludendo nella ricostruzione indicata un terremoto.

La massa avrebbe alimentato una dinamica devastante lungo il sistema fluviale. Una delle ipotesi descritte è che una frana abbia ostruito il corso del fiume Bhote Koshi, determinando un accumulo di acqua successivamente riversatosi verso valle.

Il risultato è stato un flusso capace di investire le aree lungo il fiume, attraversando la regione di confine tra Cina e Nepal. Villaggi e infrastrutture sono stati travolti mentre la colata avanzava.

Le immagini circolate nelle ore successive mostrano un’enorme massa d’acqua e fango attraversare le zone interessate. Una colata ha raggiunto anche il valico di Gyirong, sul versante cinese.

Centinaia di vittime e oltre mille dispersi

Il quadro delle conseguenze umane rimane estremamente grave. Le informazioni disponibili indicano 270 persone morte e oltre 1.300 disperse, mentre continuano le ricerche nelle aree raggiungibili dai soccorritori.

Secondo i dati riportati dall’agenzia nepalese competente per la gestione delle emergenze, tra le 823 persone indicate come irreperibili in Nepal figurano 579 turisti, dei quali 393 stranieri.

Sul versante cinese sarebbero invece state segnalate 558 persone disperse. La vastità dell’area interessata, la distruzione delle infrastrutture e le difficoltà operative rendono particolarmente complessa la ricerca delle persone delle quali non si hanno notizie.

Tra i cittadini italiani coinvolti nell’emergenza, l’attenzione resta concentrata anche su coloro che risultano dispersi. La Farnesina sta effettuando verifiche attraverso le proprie strutture diplomatiche e consolari e in collaborazione con le autorità locali e gli operatori turistici.

La Farnesina segue i connazionali

L’Unità di Crisi della Farnesina ha avviato verifiche attraverso il Consolato Generale d’Italia a Calcutta e il Consolato Onorario a Kathmandu, mantenendo i contatti con le autorità locali e con i tour operator.

Secondo quanto comunicato, circa 130 cittadini italiani segnalati nell’area sono stati contattati. L’attività serve a ricostruire la posizione dei connazionali e a verificare le situazioni ancora prive di conferma.

Su indicazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato inoltre disposto l’invio di personale a Kathmandu dall’Ambasciata d’Italia a New Delhi. L’obiettivo è rafforzare la presenza italiana sul posto e aumentare la capacità di assistenza durante l’emergenza.

Il lavoro diplomatico procede parallelamente alle operazioni condotte sul territorio. La situazione resta in evoluzione e l’elevato numero complessivo di persone ancora irreperibili rende necessarie verifiche continue.

Ore di angoscia per Marco Ratto

Tra le persone delle quali non si hanno notizie certe c’è Marco Ratto, 50 anni, di Rapallo. L’uomo è titolare con la famiglia della Silver’s, attività conosciuta nel settore degli orologi e dei gioielli.

Ratto aveva lasciato temporaneamente il lavoro per un viaggio sull’Himalaya. Secondo le informazioni riportate, si trattava di un progetto personale già programmato e rinviato l’anno precedente a causa di un infortunio.

A Rapallo l’attività di famiglia è rimasta regolarmente aperta, ma dal negozio è stata espressa la volontà di non rilasciare dichiarazioni fino all’arrivo di informazioni ufficiali, chiedendo rispetto per la privacy in un momento particolarmente difficile.

L’attesa coinvolge familiari, amici, amministratori e cittadini. La mancanza di notizie certe alimenta l’apprensione mentre proseguono i contatti istituzionali per ottenere informazioni dalla zona colpita.

La sindaca Elisabetta Ricci vicina alla famiglia

La sindaca di Rapallo Elisabetta Ricci ha riferito che Marco Ratto è molto conosciuto e stimato nella città ligure e che numerosi cittadini hanno chiesto aggiornamenti sulla sua sorte.

L’amministrazione comunale ha preso contatto con la famiglia e ha predisposto una persona incaricata di mantenere i collegamenti e trasferire le informazioni disponibili. La sindaca ha spiegato che in questa fase le notizie sono ancora poche e che i familiari non intendono rilasciare dichiarazioni.

Elisabetta Ricci ha inoltre riferito di essersi attivata attraverso diversi interlocutori istituzionali. Tramite il consigliere regionale Carlo Bagnasco sono stati avviati contatti con il ministro Antonio Tajani, mentre l’amministrazione comunale sta seguendo l’evoluzione insieme all’assessore Fabio Mustorgi, titolare della delega alla Protezione civile.

Sono stati coinvolti anche Maurizio Lupi, Ilaria Cavo e il sottosegretario Massimo Dell’Utri, nel tentativo di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni da comunicare alla famiglia.

Carlo Bagnasco e l’amicizia con Ratto

Anche Carlo Bagnasco, ex sindaco di Rapallo e attuale consigliere regionale, sta seguendo personalmente la vicenda. Bagnasco conosce Marco Ratto dall’infanzia e ha raccontato di essere in contatto frequente con Antonio Tajani per ricevere aggiornamenti.

Le informazioni vengono poi condivise con i familiari dell’imprenditore, tra i quali la sorella e la compagna, che lavorano con lui.

Bagnasco ha descritto Ratto come un lavoratore appassionato del proprio mestiere, sportivo e viaggiatore. I due, coetanei, si conoscono praticamente da sempre e in passato avevano condiviso anche giornate sugli sci.

L’ex sindaco ha ricordato di avere parlato con l’amico circa quindici giorni prima della partenza. Ora l’attenzione è interamente rivolta alle ricerche e alla possibilità di ricevere notizie positive dalla zona interessata dal disastro.

Gli scienziati studiano le cause

Accanto alle operazioni di soccorso procede l’analisi scientifica del fenomeno. Gli studiosi stanno cercando di comprendere in quale sequenza collasso glaciale, materiale detritico, acqua e possibile sbarramento del corso fluviale abbiano prodotto l’ondata distruttiva.

Tra gli esperti citati nelle ricostruzioni figura Simon Cook, docente senior di energia, ambiente e sicurezza all’Università di Dundee e specialista in glaciologia. Cook ha indicato la possibilità che il cambiamento climatico possa avere avuto un ruolo nel contesto nel quale si è verificato il fenomeno.

Il suo gruppo avrebbe individuato il cedimento della parte inferiore di un ghiacciaio vicino alla cima del Langtang Lirung, a circa quindici chilometri a ovest della zona delle inondazioni.

Cook ha richiamato inoltre l’attenzione sul permafrost, che contribuisce alla stabilità di alcuni versanti montuosi e che può degradarsi con l’aumento delle temperature.

L’ipotesi dello sbarramento del fiume

Una diversa ricostruzione della sequenza è stata illustrata da Mike Searle, professore di scienze della Terra all’Università di Oxford. Secondo l’ipotesi riferita, il collasso potrebbe essere avvenuto anche ore o giorni prima dell’arrivo dell’inondazione nelle zone successivamente devastate.

La grande quantità di detriti osservata porterebbe a considerare uno scenario nel quale una frana avrebbe preceduto l’accumulo dell’acqua. Il materiale avrebbe quindi ostruito il fiume, creando una sorta di sbarramento naturale.

L’acqua accumulata avrebbe successivamente superato o distrutto l’ostacolo, liberandosi in un’unica massa verso valle. Si tratta di una delle ricostruzioni prese in esame mentre gli specialisti lavorano per definire con precisione l’origine e la progressione dell’evento.

Le analisi scientifiche proseguono parallelamente alle attività di emergenza, con l’obiettivo di comprendere non soltanto quanto avvenuto ma anche le condizioni che hanno reso possibile una catastrofe di queste dimensioni.

Nepal e Cina coordinano i soccorsi

La tragedia ha determinato una mobilitazione delle autorità dei Paesi interessati. Il primo ministro nepalese ha espresso il dolore della nazione e annunciato il coordinamento con la Cina per le operazioni di soccorso e per la successiva ricostruzione.

Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto un impegno esteso nelle ricerche e ha indicato la necessità di rafforzare i sistemi di monitoraggio e allerta precoce per ridurre il rischio di ulteriori conseguenze.

Anche l’India ha manifestato la propria disponibilità a fornire assistenza umanitaria al Nepal. Il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato la disponibilità del suo governo a sostenere il Paese colpito.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha espresso cordoglio per le gravi inondazioni e ha riferito della mobilitazione di squadre, rifornimenti e personale delle Nazioni Unite e dei partner a sostegno della risposta coordinata dalle autorità nepalesi.

Soccorsi e ricerche ancora in corso

Gli Stati Uniti hanno annunciato 500 mila dollari di aiuti destinati alle necessità immediate delle comunità coinvolte, tra cui alloggi di emergenza, acqua, servizi igienico-sanitari e beni essenziali.

Sul terreno, tuttavia, l’emergenza rimane concentrata soprattutto sulla ricerca delle persone ancora disperse. Il numero degli irreperibili è molto elevato e comprende residenti, turisti e cittadini stranieri.

Per gli italiani coinvolti, la Farnesina continua a lavorare attraverso la propria rete diplomatica e consolare. Il rafforzamento della presenza a Kathmandu è finalizzato proprio a fornire maggiore assistenza e a facilitare le verifiche.

Da una parte ci sono storie come quella di Stefano Lotumolo e Valentina Piccinini, riusciti a lasciare la valle dopo essere arrivati a pochi metri dalla colata. Dall’altra resta l’attesa per Marco Ratto e per le altre persone delle quali non sono ancora disponibili notizie certe.

La priorità, mentre gli scienziati ricostruiscono la dinamica del collasso glaciale e dell’inondazione, rimane dunque quella dei soccorsi. Le ricerche continuano nelle aree devastate tra Nepal e Tibet, dove la portata del disastro emerge progressivamente con l’avanzare delle operazioni sul territorio.

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