Iran, nuova ondata di proteste negli atenei contro il governo

Iran, nuova ondata di proteste negli atenei contro il governo

Studenti in piazza tra Teheran e Isfahan contro crisi e repressione

Gli studenti universitari iraniani hanno esteso alle principali città del Paese l’ondata di proteste contro il governo, trasformando i campus in epicentro di una mobilitazione che, dalle aule, è rapidamente tracimata nelle strade di Teheran e di Isfahan. Le manifestazioni, inizialmente circoscritte ad alcuni istituti, stanno coinvolgendo un numero crescente di atenei e segnalano un malcontento diffuso verso la gestione economica e politica del Paese.

Secondo quanto riportato dai media locali, la protesta si è allargata nella capitale alle università Beheshti, Khajeh Nasir, Sharif, Amir Kabir, Scienza e Cultura, all’Università delle Scienze e delle Tecnologie e all’Università di Tecnologia di Isfahan, nel centro dell’Iran. I video condivisi sui social mostrano gruppi compatti di giovani che lasciano le facoltà e formano cortei spontanei, spesso circondati da un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza.

In diversi campus gli studenti hanno scelto slogan che prendono le distanze dalle priorità regionali del regime, rivendicando una concentrazione sulle condizioni interne del Paese. All’Università Sharif, uno dei poli scientifici più prestigiosi di Teheran, è risuonato il coro “né Gaza né Libano, la mia vita per l’Iran”, formula che esprime la richiesta di concentrare risorse e attenzioni sulla crisi sociale ed economica che colpisce famiglie, lavoratori e giovani laureati.

All’Università di Tecnologia di Isfahan gli studenti hanno invece intonato “L’iraniano muore, ma non accetta l’umiliazione”, mettendo al centro il rifiuto della repressione, delle restrizioni alle libertà civili e di prospettive occupazionali sempre più deboli. Nelle immagini circolate in rete si vedono cortei ordinati, docenti che osservano a distanza e agenti pronti a intervenire ai margini degli ingressi universitari.

Le proteste nascono in un contesto di crisi economica aggravata da anni di sanzioni internazionali, svalutazione del rial e aumento dei prezzi dei beni essenziali, che pesano in modo particolare sulle fasce giovanili e sui ceti medi urbani. Molti studenti temono di non riuscire a tradurre i percorsi di studio in sbocchi professionali dignitosi e leggono nella mobilitazione un’occasione per denunciare disoccupazione qualificata, precarietà e fuga di cervelli.

Sul piano politico, la contestazione studentesca si intreccia con un malessere più ampio verso l’apparato di sicurezza, già accusato per la gestione di precedenti movimenti di piazza e per l’uso della forza contro manifestanti pacifici. Le autorità, finora, hanno alternato appelli alla calma a minacce di misure giudiziarie e disciplinari nei confronti dei partecipanti, soprattutto nei confronti degli attivisti più visibili e di chi documenta le iniziative con video e fotografie.

Organizzazioni per i diritti umani e gruppi della diaspora osservano con attenzione la mobilitazione, sottolineando il ruolo simbolico delle università nella storia delle proteste iraniane. In passato, la pressione studentesca ha spesso anticipato fasi di contestazione più ampia, coinvolgendo altre categorie sociali e alimentando richieste di riforme politiche e di maggiore apertura verso la società civile.

Nonostante i rischi di arresti, sospensioni accademiche e interventi delle forze di sicurezza all’interno dei campus, gli studenti continuano a organizzare assemblee, sit‑in e brevi cortei, spesso coordinati tramite canali digitali elusivi rispetto ai controlli governativi. La tenuta e l’evoluzione di questo nuovo ciclo di proteste dipenderanno in larga misura dalla risposta delle autorità, dalla capacità del movimento di mantenere un profilo non violento e dall’eventuale convergenza con altre fasce della popolazione colpite dalla crisi.

(Brt/Adnkronos)

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