Bronchite della figlia e visite negate, famiglia in trincea
Nuovo fronte di tensione sulla gestione sanitaria dei tre figli della cosiddetta “famiglia nel bosco”, al centro di un procedimento giudiziario dopo l’allontanamento dalla casa isolata in Abruzzo e il trasferimento in una comunità protetta a Vasto. A riaccendere il conflitto è la diagnosi di una bronchite acuta con broncospasmo per una delle gemelline di sei anni, emersa al momento dell’ingresso nella struttura e indicata negli atti come patologia non segnalata né curata dai genitori.
Secondo la ricostruzione contenuta nei provvedimenti della Corte d’appello – come scrive Alessandro D’Amato su La Nazione -, la bimba sarebbe arrivata in comunità con un quadro respiratorio serio, definito appunto “bronchite acuta con broncospasmo”, che ha pesato nella valutazione del livello di tutela garantito in precedenza dalla famiglia. Gli assistenti sociali che seguono i minori citano quell’episodio come esempio della rigidità dei genitori rispetto a protocolli sanitari e indicazioni mediche, contestando una sottovalutazione persistente dei controlli pediatrici.
La madre, Catherine Birmingham, respinge però la lettura di una mancata cura e, tramite i legali, chiede che tutti e tre i figli siano visitati da uno specialista indipendente dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti, rivendicando il diritto a un secondo parere esterno alla comunità. Nella sua versione la diagnosi non sarebbe così netta e l’ipotesi di bronchite, con spasmi bronchiali, andrebbe approfondita da un altro pediatra non indicato dal sistema dei servizi sociali.
La richiesta viene però bocciata dalla tutrice legale dei minori, l’avvocata Maria Luisa Palladino, che in una risposta formale ricorda come una visita completa sia già stata svolta all’arrivo dei bambini a Vasto. Per ulteriori accertamenti, sottolinea la tutrice, ci sarà spazio nel quadro delle consulenze di parte disposte dal tribunale, che dovranno valutare lo stato psicofisico dei piccoli nel corso del procedimento.
Il rifiuto innesca un nuovo scontro tra i genitori e la comunità, irrigidendo ulteriormente i rapporti con operatori e assistenti. Il consulente della difesa, lo psichiatra Tonino Cantelmi, in un’intervista ribadisce i rischi di trauma connessi all’allontanamento prolungato dal nucleo familiare e si interroga sulla reale adeguatezza di questo tipo di intervento come soluzione “migliore” per i minori.
Nelle stesse ore, a Ortona, arriva in forma anonima un piccolo libro illustrato ad acquerello intitolato “Famiglia nel bosco”, recapitato all’ex ristoratore Armando Carusi, che ospita il padre dei bambini, Nathan Trevallion. Il libricino, 24 pagine in rima, racconta di una famiglia che vive felice nella natura, di bambini poi chiusi dietro muri alti e inferriate e, infine, della liberazione grazie agli animali del bosco e alla comunità che abita nel verde, in una chiara metafora della vicenda reale.
Per Nathan Trevallion si avvicina un’altra data chiave: a marzo dovrà lasciare l’abitazione messa a disposizione finora e trasferirsi in una struttura individuata dal sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, in attesa di nuove decisioni del tribunale sull’affidamento dei tre figli. Il padre continua a denunciare quella che considera una separazione ingiusta, parlando di famiglia distrutta e di bambini strappati a una vita che riteneva protetta e serena.
Il caso resta al centro del dibattito politico. Il vicepremier Matteo Salvini definisce “indegno” aver tolto la serenità del Natale ai tre bambini e ai genitori, considera ogni giorno lontano da casa come un “atto di violenza di Stato” e promette di proseguire la battaglia per riportarli rapidamente in famiglia, avvertendo che il rischio è un trauma destinato a segnare per sempre la loro vita.
Anche l’altro vicepremier, Antonio Tajani, interviene contestando la scelta dell’allontanamento. A suo giudizio è “ingiusto” togliere i figli a genitori che non sono criminali né terroristi, pur riconoscendo che la coppia ha una visione “un po’ superata del mondo”; Tajani ritiene eccessivo persino il divieto di trascorrere il pranzo di Natale insieme.
Sul fondo resta la questione chiave: fino a che punto l’orientamento educativo dei genitori e la loro diffidenza verso scuola, medicina tradizionale e istituzioni possano giustificare un provvedimento così drastico come il collocamento in comunità. Mentre tribunale, tutori e consulenti lavorano alle prossime tappe, la bronchite della gemellina diventa il simbolo di una frattura profonda tra il mondo dei servizi e quello di una famiglia che rivendica il diritto di decidere sulla vita dei propri figli.

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