Operazioni terrestri americane espongono soldati a sciami nemici nel Golfo Persico
Le operazioni di terra in Iran potrebbero esporre direttamente le forze statunitensi agli sciami di droni iraniani, in un momento in cui le truppe americane potrebbero mancare dell’equipaggiamento necessario per contrastare la minaccia, affermano ex funzionari della difesa e analisti militari in un’analisi diffusa da The Washington Times.
A differenza delle truppe russe, ucraine e persino nordcoreane, che negli ultimi quattro anni si sono scontrate con sciami di droni moderni in Europa orientale, le forze di terra statunitensi non hanno mai affrontato su larga scala droni nemici reali sul campo di battaglia, precisa lo stesso report del quotidiano conservatore.
Armi anti-drone non testate
Molte tecnologie anti-drone più promettenti del Pentagono, dalle microonde ai laser e ad altre armi a energia diretta, non hanno accumulato esperienza sul campo, il che preannuncia perdite significative per gli Stati Uniti a causa degli attacchi dei droni iraniani, avverte The Washington Times citando fonti militari.
Negli ultimi giorni le forze statunitensi hanno intensificato la presenza in Medio Oriente, nonostante il presidente Trump abbia ribadito che l’Operazione Epic Fury, la campagna militare americana contro l’Iran, sia prossima alla conclusione, come riportato dal giornale.
Obiettivi strategici sensibili
Significativi distaccamenti di truppe di terra statunitensi potrebbero conquistare siti chiave delle infrastrutture energetiche iraniane, come l’isola di Kharg o isole minori nello Stretto di Hormuz, di vitale importanza strategica. Alle forze di terra americane potrebbe essere ordinato di rimuovere le scorte di uranio arricchito iraniano dislocate in diverse località del paese, dettagli emersi nell’inchiesta di The Washington Times.
Ciascuna di queste possibili missioni statunitensi comporta rischi considerevoli, poiché è praticamente certo che l’Iran risponderebbe a qualsiasi incursione terrestre con ondate di attacchi con droni, conclude l’analisi del quotidiano.
Ex comandanti della Difesa USA, intervistati da The Washington Times, dipingono un quadro inquietante. “Le nostre unità terrestri in territorio iraniano subirebbero assalti da droni economici e difficili da neutralizzare senza tecnologie mature”, dichiara un generale ritiratosi dopo missioni in Iraq. L’Iran ha perfezionato questa strategia studiando i combattimenti in Ucraina, dove sciami low-cost sovraccaricano le difese.
Esperienze da Europa orientale
Le forze in Europa orientale hanno sviluppato contromisure: jammer elettronici, munizioni anti-drone e integrazione aerea. Le truppe USA dipendono invece da prototipi come il laser HELIOS o il sistema a microonde THOR, privi di battesimi del fuoco estensivi. L’accelerazione americana nel Golfo, con rinforzi a Bahrain e Qatar, sfida le parole di Trump su Epic Fury “quasi finita”.
Teheran vanta migliaia di Shahed-136, droni kamikaze potenziati con AI per voli autonomi. Catturare Kharg, che gestisce il 90% del petrolio iraniano, esigerebbe assalti anfibi vulnerabili. Missioni su uranio a Natanz o Fordow attirerebbero ritorsioni aeree immediate.
Rischi asimmetrici sul campo
The Washington Times evidenzia come l’Iran, con aiuti russi e cinesi, trasformi la superiorità numerica in arma letale. Senza ricognitori USA diffusi, le truppe avanzerebbero bendate. Perdite di carri o elicotteri potrebbero erodere il sostegno politico a Washington.
Il confronto richiama assalti aerei storici: sciami invisibili che colpiscono il morale. Epic Fury potrebbe culminare in questa prova tecnologica, con i droni iraniani a dettare il ritmo.
(The Washington Times)

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