Guerra in Iran e rimborsi dei dazi aggravano il deficit Usa.
📌 FLASH NEWS – Il debito pubblico Usa supera quota 40 mila miliardi di dollari. Sul deficit pesano le spese per la guerra in Iran, i tagli fiscali e i rimborsi dei dazi. In cinque mesi il debito è aumentato di altri 1.000 miliardi nel 2026.
Il debito americano supera la soglia dei 40 mila miliardi
Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 40 mila miliardi di dollari, raggiungendo quota 40.047 miliardi. Il dato segna un nuovo passaggio nella crescita dell’indebitamento federale americano e arriva prima rispetto alle previsioni formulate negli anni precedenti.
Nel maggio del 2023, infatti, l’Ufficio del Bilancio del Congresso statunitense prevedeva che il superamento della soglia sarebbe avvenuto soltanto nel 2028. La dinamica dei conti pubblici ha invece accelerato, mentre il governo deve sostenere maggiori spese militari e affrontare gli effetti delle politiche fiscali adottate dall’amministrazione del presidente Donald Trump.
Secondo i dati del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, soltanto negli ultimi cinque mesi il debito pubblico è cresciuto di altri 1.000 miliardi di dollari. Alla base dell’aumento resta uno squilibrio strutturale: le spese sostenute dal governo federale continuano a essere superiori alle entrate.
Deficit a 1.800 miliardi nei primi dieci mesi
La situazione emerge anche dall’andamento del deficit. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale in corso, che terminerà il 30 settembre, il governo federale ha già accumulato un disavanzo di 1.800 miliardi di dollari.
Secondo quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso oltre 2.000 miliardi di dollari di nuovo debito nell’arco dell’anno per finanziare gli impegni assunti. Tra le componenti indicate figurano le spese connesse alla guerra in Iran e gli ampi tagli fiscali approvati dai Repubblicani nel 2025.
Il quadro contrasta con gli obiettivi annunciati da Donald Trump sul riequilibrio dei conti pubblici. Durante la prima candidatura alla Casa Bianca, nel 2016, Trump aveva indicato come obiettivo l’eliminazione del debito nell’arco di otto anni, puntando su nuovi accordi commerciali e su una maggiore crescita dell’economia.
Il debito è raddoppiato rispetto al 2016
Da allora, tuttavia, il debito pubblico statunitense è raddoppiato. Anche durante il secondo mandato presidenziale, le principali iniziative rivolte alla riduzione delle spese e all’incremento delle entrate non hanno raggiunto i risultati inizialmente indicati.
Il Department of Government Efficiency, Doge, inizialmente guidato da Elon Musk, aveva annunciato l’obiettivo di ridurre la spesa federale di 1.000 miliardi di dollari. Il dipartimento sostiene finora di avere prodotto risparmi per poco più di 200 miliardi.
Il Government Accountability Office ha però affermato questo mese che la stima relativa ai risparmi ottenuti dal dipartimento non risultava sufficientemente affidabile e trasparente.
La riduzione della spesa, quindi, non ha compensato l’aumento delle altre voci che continuano a incidere sui conti federali.
I rimborsi dei dazi incidono sulle entrate federali
Un altro elemento riguarda la politica commerciale dell’amministrazione Trump. Il governo puntava ad aumentare le entrate attraverso l’introduzione di ampi dazi sulle importazioni, utilizzandoli anche come strumento per contribuire alla riduzione del deficit.
La strategia ha però incontrato un ostacolo dopo la decisione della Corte Suprema, che ha stabilito l’illegalità di alcuni di quei dazi. La conseguenza è stata l’obbligo per il governo federale di rimborsare alle aziende oltre 160 miliardi di dollari già versati.
I mancati introiti e le restituzioni hanno così ridotto una parte delle entrate sulle quali l’amministrazione aveva fatto affidamento per migliorare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo.
Scott Bessent riconosce il peggioramento del deficit
Il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva fissato l’obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil al 3% entro il 2028, partendo da un livello superiore al 6% registrato al momento dell’insediamento di Donald Trump.
Bessent ha però riconosciuto la scorsa settimana che il deficit sta procedendo nella direzione opposta rispetto all’obiettivo indicato. Durante un’intervista a Newsmax ha attribuito l’aumento del disavanzo a diversi fattori.
Tra questi ha indicato le spese collegate alla guerra con l’Iran, che hanno determinato un incremento della spesa militare americana. Il segretario al Tesoro ha inoltre evidenziato l’effetto dei rimborsi dei dazi, che avrebbero annullato parte dei progressi realizzati dall’amministrazione Trump nella riduzione del rapporto deficit/Pil nel 2025.
Il rapporto debito/Pil è passato dal 55% al 124%
L’evoluzione di lungo periodo evidenzia la portata dell’aumento. Nel 2025 il rapporto tra debito pubblico e Pil degli Stati Uniti era intorno al 124%. Venticinque anni prima, nel 2001, si attestava invece attorno al 55%.
Sul quadro economico pesa anche la guerra in Iran. Secondo il New York Times, il conflitto ha contribuito all’aumento dei prezzi dell’energia negli Stati Uniti e ha contemporaneamente rallentato la crescita economica.
Le conseguenze interessano anche il mercato obbligazionario. Il rendimento dei Treasury americani a 30 anni ha raggiunto questa settimana il livello più elevato degli ultimi quasi vent’anni. Rendimenti maggiori comportano costi di finanziamento più elevati, con ripercussioni su consumatori e imprese già confrontati con l’inflazione.
La prospettiva dei 50 mila miliardi di dollari
Le previsioni sulla traiettoria del debito indicano ulteriori rischi qualora l’attuale andamento dovesse proseguire. Michael Peterson, amministratore delegato della Peter G. Peterson Foundation, organizzazione che segue l’andamento delle finanze pubbliche statunitensi, ha osservato che mantenendo questa dinamica il debito potrebbe arrivare a 50 mila miliardi di dollari nell’arco di sei anni.
Peterson, citato dalla Cnn, ha ricordato che meno di dieci anni fa il debito americano si trovava intorno ai 20 mila miliardi di dollari. Il passaggio oltre quota 40 mila miliardi mostra quindi la velocità con cui l’indebitamento federale è aumentato.
L’attuale situazione, tuttavia, non dipende esclusivamente dalle misure adottate negli ultimi anni. L’accumulo del debito è il risultato di decisioni fiscali, crisi economiche, guerre e programmi di spesa adottati nel corso di diversi decenni.
Tagli fiscali, pandemia e aumento della spesa sociale
Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato nel tempo diversi provvedimenti che hanno contemporaneamente ridotto le imposte e incrementato la spesa pubblica. Tra questi figurano il Tax Cuts and Jobs Act del 2017 e l’One Big Beautiful Bill Act del 2025, entrambi approvati durante le presidenze di Donald Trump.
A questi interventi si sono aggiunte le misure straordinarie adottate per fronteggiare la pandemia di Covid-19, sia durante l’amministrazione Trump sia sotto la presidenza di Joe Biden.
Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, già nei primi anni Duemila le guerre, lo scoppio della bolla delle società dot-com e i tagli fiscali avevano contribuito ad allontanare i conti pubblici dal precedente equilibrio.
Dalla recessione alla crescita delle prestazioni federali
La recessione del periodo 2007-2009 ha successivamente aggravato il quadro, determinando una riduzione delle entrate fiscali e spingendo il governo federale a varare nuovi programmi di sostegno all’economia. Una dinamica analoga si è verificata durante l’emergenza provocata dal Covid-19.
Parallelamente, l’invecchiamento della popolazione statunitense ha determinato una crescita delle spese per Medicare e Social Security. Le entrate federali non sono aumentate con la stessa velocità, anche a causa dei ripetuti interventi legislativi con cui sono stati introdotti o prorogati tagli alle imposte.
Il superamento dei 40.047 miliardi di dollari di debito pubblico rappresenta quindi il risultato di una dinamica maturata nel lungo periodo, sulla quale si innestano oggi le maggiori spese militari, il costo della guerra in Iran, i tagli fiscali e i rimborsi collegati ai dazi. Il divario persistente tra entrate e uscite federali continua così ad alimentare l’indebitamento degli Stati Uniti.

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