Crisi Iran, Meloni fissa le regole per l’uso delle basi Nato in Italia

Crisi Iran, Meloni fissa le regole per l'uso delle basi Nato in Italia

La premier chiarisce la posizione del governo: nessuna richiesta dagli Usa, decisione finale spetterebbe al Parlamento

ROMA – Il governo italiano traccia una linea netta sull’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio nazionale in caso di escalation del conflitto con l’Iran. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenuta al Senato per le comunicazioni in vista del Consiglio Ue, ha ribadito che l’Italia non è in guerra e non intende entrarvi, precisando al contempo il meccanismo decisionale che regola le concessioni alle forze armate statunitensi.

Il nodo delle infrastrutture militari torna al centro del dibattito politico mentre la tensione internazionale cresce dopo gli ultimi sviluppi nello scenario mediorientale. Meloni ha ripercorso la genesi degli accordi bilaterali, ricordando che “le basi concesse agli americani in Italia dipendono da intese che risalgono al 1954, successivamente aggiornate da governi di ogni colore politico”. Un passaggio storico fondamentale per comprendere l’attuale quadro giuridico che disciplina la presenza militare straniera.

Il meccanismo autorizzativo tra governo e Parlamento

Nel dettaglio tecnico degli accordi, la premier ha spiegato che esistono “autorizzazioni automatiche per attività logistiche e operazioni non cinetiche, che non comportano bombardamenti”. La distinzione è sostanziale: per azioni belliche vere e proprie scatterebbe un meccanismo differente. “Nel caso in cui dovessero giungere richieste per altri tipi di utilizzo, la competenza a decidere spetterebbe sempre al governo in virtù degli stessi accordi”, ha precisato Meloni, aggiungendo un passaggio politico rilevante: “La decisione, in quel caso, per noi andrebbe al Parlamento”.

La capigruppo di Fratelli d’Italia ha voluto fugare ogni equivoco sulle ipotesi circolate nelle ultime ore: “A oggi non è pervenuta alcuna richiesta in questo senso”. Una precisazione che arriva mentre gli alleati europei assumono posizioni diversificate. Il confronto con la Spagna diventa paradigmatico: Madrid ha già fatto sapere che non sosterrà azioni unilaterali di Stati Uniti e Israele contro Teheran, provocando il rimpallo di alcuni velivoli americani verso basi alternative in Francia e Germania.

Lo stallo spagnolo e le reazioni dell’opposizione

Meloni ha citato esplicitamente il caso spagnolo per rispondere alle critiche interne: “Mi pare che tutti i partner si attengano ai loro accordi bilaterali. Il governo spagnolo ha dichiarato che non ci sarà utilizzo delle basi al di fuori dell’intesa esistente. È esattamente quello che sta facendo l’Italia, ma stupisce che questa scelta venga condannata in patria ed esaltata in Spagna dalle stesse persone”. Un’affondo alle opposizioni, accusate di incoerenza: “Se la questione è chiudere le basi americane, chi lo sostiene avrebbe potuto farlo quando era al governo, non lasciarlo intendere dall’opposizione”.

La ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, ha motivato la posizione di Madrid sottolineando che gli accordi prescrivono operazioni nell’ambito della legalità internazionale, mentre l’attuale scenario vedrebbe azioni unilaterali senza copertura Onu, Nato o Ue. “Le basi non daranno appoggio a meno che non sia necessario dal punto di vista umanitario”, ha dichiarato Robles, sospendendo di fatto l’applicazione del trattato fino a nuova soluzione.

Lo scenario futuro e le garanzie istituzionali

Tornando al caso italiano, Meloni ha lasciato aperto uno spiraglio alla valutazione contestuale: “Se la richiesta arrivasse oggi, non avrei difficoltà a dare una risposta. Ma queste decisioni si valutano nel momento e nel contesto in cui arrivano. Sarebbe poco serio fissare oggi parametri che domani potrebbero risultare superati da uno scenario completamente diverso”.

L’Italia resta vincolata a un impianto pattizio cinquantenario che ha retto transizioni politiche e crisi internazionali. La novità introdotta dalla presidente del Consiglio riguarda il coinvolgimento parlamentare per operazioni belliche, un surplus di garanzia democratica che supera gli standard minimi previsti dagli accordi del 1954. Resta da vedere come reagiranno gli alleati atlantici di fronte a questa interpretazione estensiva delle prerogative nazionali, in un momento in cui la Nato cerca coesione di fronte alle minacce provenienti dall’asse sciita.

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