Stesa e piano di femminicidio da 20mila euro, indaga la Dda
🚨 Clan Autiero, cinque indagati in carcere nell’inchiesta della Dda di Napoli. Le indagini ricostruiscono una stesa e un progetto di femminicidio commissionato per 20mila euro dall’ex compagno della vittima. Caso aperto.
Cinque persone sono finite in carcere nell’ambito di una complessa indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli su un gruppo criminale che, secondo l’ipotesi investigativa, si sarebbe riorganizzato attorno a un esponente di vertice del Clan Autiero, conosciuto anche come “i Scusuti” e storicamente collegato al clan dei Casalesi. Tra gli episodi ricostruiti figurano una ritorsione armata che avrebbe coinvolto anche il sindaco di Gricignano d’Aversa e un progetto di femminicidio commissionato per 20mila euro.
Il 27 luglio 2026, a Gricignano d’Aversa e nella provincia di Napoli, i militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta hanno dato esecuzione a un decreto di fermo del Pubblico Ministero emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia.
Il provvedimento ha interessato cinque indagati, ritenuti responsabili a vario titolo delle ipotesi di tentato omicidio, pubblica intimidazione con l’uso delle armi, porto e detenzione abusiva di armi comuni da sparo, con l’aggravante del metodo mafioso.
Il fermo disposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia
Il decreto di fermo è stato adottato in via d’urgenza mentre erano ancora in corso le attività investigative. Alla base della decisione, secondo quanto comunicato dagli inquirenti, vi sarebbe stata una crescente escalation delle condotte aggressive attribuite al gruppo.
Le indagini, sviluppate anche mediante attività tecniche, avrebbero consentito di delineare l’esistenza di un sodalizio organizzato secondo una precisa struttura interna.
Gli investigatori avrebbero individuato un organigramma nel quale ai diversi componenti sarebbero stati assegnati compiti e ruoli definiti. La ricostruzione ha riguardato anche la fase nella quale il gruppo avrebbe assunto una nuova configurazione intorno alla figura indicata dagli inquirenti come vertice dell’organizzazione.
Gli elementi raccolti hanno quindi determinato l’intervento della Procura antimafia e l’esecuzione dei provvedimenti nei confronti dei cinque soggetti.
Il presunto vertice scarcerato dopo 33 anni
Al centro dell’inchiesta figura un uomo indicato dagli investigatori come storico capo clan e figura apicale del nuovo gruppo criminale.
L’indagato, sottoposto alla libertà vigilata, era stato scarcerato nel 2024 dopo avere trascorso 33 anni in detenzione. Di questi, 28 erano stati scontati nel regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
Secondo la ricostruzione investigativa, dopo il ritorno in libertà dell’uomo il gruppo si sarebbe riorganizzato, definendo una struttura interna e attribuendo specifiche funzioni ai propri componenti.
È proprio questa nuova configurazione del sodalizio che gli investigatori avrebbero ricostruito attraverso gli accertamenti condotti prima del decreto di fermo.
La posizione dell’uomo assume particolare rilevanza anche rispetto al progetto omicidiario ai danni di una donna, che gli investigatori sostengono di avere interrotto prima che potesse essere portato a compimento.
La ritorsione armata a Gricignano d’Aversa
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda una presunta ritorsione armata nei confronti di un imprenditore e del sindaco di Gricignano d’Aversa.
Per questo episodio risultano indagate, insieme alla figura indicata come vertice del gruppo, altre due persone. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata organizzata una “stesa” con esplosione di colpi d’arma da fuoco.
Gli spari sarebbero stati indirizzati verso un bar appartenente alla famiglia del primo cittadino e l’abitazione dell’altra vittima.
L’azione, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe avuto carattere ritorsivo e sarebbe stata collegata a un presunto esposto inviato alle forze dell’ordine.
Nel documento sarebbero stati denunciati gli affari illeciti attribuiti a un sodale. Gli investigatori collegano a questa circostanza il movente della successiva azione intimidatoria contestata nell’ambito del procedimento.
Il piano per uccidere una donna
Lo sviluppo dell’attività investigativa ha portato gli inquirenti a individuare anche un progetto di femminicidio, che sarebbe stato commissionato dall’ex compagno della donna presa di mira.
Secondo quanto ricostruito, per l’omicidio sarebbe stata concordata una somma complessiva di 20mila euro, parte della quale sarebbe già stata versata.
Il presunto incarico sarebbe stato affidato dall’ex compagno della donna all’uomo indicato dagli investigatori come capo del gruppo criminale.
Gli accertamenti avrebbero consentito di intervenire prima dell’esecuzione del progetto. Secondo l’ipotesi accusatoria, erano già stati individuati gli esecutori materiali e definite nel dettaglio le modalità dell’attentato.
La progressione dell’indagine avrebbe quindi permesso di bloccare il piano prima che potesse concretizzarsi.
La denuncia per stalking e revenge porn
Gli investigatori hanno ricostruito anche il presunto movente alla base del progetto omicidiario.
Secondo quanto comunicato dagli inquirenti, l’ex compagno avrebbe agito per ritorsione dopo che la donna aveva formalizzato nei suoi confronti una denuncia per stalking e revenge porn.
A questo elemento si sarebbe aggiunta, sempre secondo la ricostruzione investigativa, una condizione di ossessiva gelosia maturata dopo la conclusione della relazione sentimentale.
Il progetto di uccidere la donna viene quindi collegato dagli inquirenti sia alla denuncia presentata dalla vittima sia alla fine del rapporto con il presunto mandante.
L’indagine avrebbe permesso di seguire lo sviluppo del piano fino a individuare il coinvolgimento del vertice del gruppo, gli esecutori individuati e la somma concordata per portare a termine l’omicidio.
Una parte dei 20mila euro sarebbe già stata pagata
Secondo il quadro ricostruito dagli investigatori, il compenso pattuito per l’esecuzione dell’omicidio era stato fissato in 20mila euro.
Una parte del denaro sarebbe stata già consegnata, elemento che viene inserito dagli inquirenti nel complesso degli indizi raccolti durante l’attività investigativa.
Il presunto capo clan avrebbe inoltre predisposto le modalità operative dell’attentato e individuato le persone chiamate a realizzarlo materialmente.
L’intervento investigativo ha consentito di interrompere il progetto prima della sua esecuzione. L’episodio rappresenta uno degli elementi che hanno contribuito alla decisione di procedere con urgenza nei confronti dei cinque indagati.
La Procura ha infatti disposto il fermo nelle more della conclusione delle investigazioni, valutando la situazione alla luce della crescente escalation delle condotte aggressive attribuite al gruppo.
Il Gip dispone il carcere per tutti e cinque
Un ulteriore sviluppo è arrivato il 29 luglio 2026, due giorni dopo l’esecuzione del decreto di fermo.
Il Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Napoli Nord non ha convalidato il fermo disposto nei confronti degli indagati. Il Gip ha tuttavia ritenuto sussistenti i presupposti per l’applicazione di misure cautelari.
Per tutti e cinque gli indagati è stata quindi disposta la custodia cautelare in carcere.
La decisione ha mantenuto dunque la restrizione della libertà personale, pur attraverso un provvedimento cautelare distinto dal fermo inizialmente adottato dalla Procura.
I cinque restano indagati, a vario titolo, per le condotte contestate nell’ambito dell’inchiesta, mentre le attività investigative hanno ricostruito i diversi episodi attribuiti al gruppo.
Dalla stesa al progetto omicidiario
L’inchiesta ha delineato un quadro che comprende differenti condotte, accomunate secondo gli investigatori dalla presenza di una struttura criminale organizzata e dalla contestazione dell’aggravante del metodo mafioso.
Da una parte figura la presunta ritorsione armata con gli spari contro il bar della famiglia del sindaco di Gricignano d’Aversa e contro l’abitazione di un imprenditore. Dall’altra emerge il progetto di femminicidio che sarebbe stato commissionato dall’ex compagno della vittima.
Gli accertamenti hanno inoltre concentrato l’attenzione sulla riorganizzazione del gruppo successiva alla scarcerazione nel 2024 dell’uomo indicato come storico capo clan.
Secondo l’ipotesi investigativa, il sodalizio avrebbe operato con ruoli e compiti definiti, elemento emerso attraverso le attività tecniche e gli ulteriori accertamenti svolti dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta.
Le indagini proseguono nel rispetto delle garanzie
Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le misure cautelari adottate possono essere sottoposte ai mezzi di impugnazione previsti dall’ordinamento.
Il quadro delineato dagli investigatori e dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia rappresenta quindi l’attuale ipotesi accusatoria, che dovrà essere verificata nelle successive fasi giudiziarie.
La custodia cautelare in carcere disposta il 29 luglio dal Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Napoli Nord riguarda tutti e cinque i destinatari del precedente decreto di fermo.
Gli indagati devono essere considerati presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna, mentre prosegue il procedimento relativo alle condotte contestate e agli episodi ricostruiti nel corso dell’attività investigativa.

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