Cento anni fa la legge fascista contro la Massoneria

Cento anni fa la legge fascista contro la Massoneria
ph La Civiltà Cattolica

Il 26 novembre 1925 segna la svolta liberticida

Il 26 novembre 1925 rappresenta una data cruciale nella storia italiana: quel giorno il regime fascista sancì ufficialmente la messa al bando della Massoneria con la legge n. 2029, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 28 novembre. Promulgata da re Vittorio Emanuele III e firmata da Benito Mussolini, con il visto del Guardasigilli Alfredo Rocco, la normativa intitolata “Regolarizzazione delle attività delle associazioni, enti e istituti…” impose un controllo capillare sulle organizzazioni e limitò drasticamente il diritto di associazione. L’approvazione parlamentare, ottenuta con larga maggioranza, segnò un colpo definitivo alla Libera Muratoria, preludio alla soppressione delle libertà civili.

La legge fu l’esito di oltre due anni di violenze e assalti alle logge da parte delle camicie nere, alimentati da una campagna di odio orchestrata dal Partito Nazionale Fascista. Già nell’aprile 1925 una circolare interna definiva la Massoneria “l’unica organizzazione concreta della mentalità democratica ostile alla Nazione”. Pochi mesi prima, nell’agosto 1924, il Consiglio Nazionale fascista aveva ratificato la rottura definitiva con l’istituzione.

Il testo legislativo, preparato sin da gennaio, fu discusso in aula il 16 maggio con relatore Emilio Bodrero, noto per le sue campagne anti-massoniche. In quell’occasione, tra i pochissimi deputati presenti, Antonio Gramsci intervenne con un discorso che denunciava la deriva autoritaria, non tanto in difesa dei massoni quanto come monito contro l’annientamento delle libertà politiche.

L’articolo 2 della legge, passato alla storia come “legge contro la massoneria”, stabiliva la destituzione immediata di funzionari e dipendenti pubblici affiliati a organizzazioni segrete o vincolate da giuramenti. La norma obbligava inoltre i dipendenti statali e locali a dichiarare eventuali appartenenze, pena la rimozione dall’incarico.

La misura colpì duramente il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, già bersaglio di ripetute aggressioni squadristiche. Con questa legge il regime fascista consolidò il suo controllo totale, eliminando uno dei principali centri di resistenza democratica e segnando un passaggio decisivo verso la soppressione di ogni forma di opposizione.

La vicenda resta un simbolo della progressiva compressione delle libertà civili e della trasformazione dello Stato in un apparato autoritario, dove la repressione delle associazioni indipendenti divenne strumento di consolidamento politico.

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