Caporalato nei campi, quattro misure per raccolta di arance

Caporalato nei campi, quattro misure per raccolta di arance

Lavoratori pagati un euro a cassetta e senza giorni di riposo

🚨 Quattro misure cautelari nell’Ennese per presunto caporalato nella raccolta delle arance. Lavoratori stranieri sarebbero stati pagati circa un euro a cassetta, impiegati 70 ore a settimana senza riposo e minacciati.


Quattro misure cautelari nell’Ennese

Quattro persone di nazionalità rumena sono state raggiunte da misure cautelari personali nell’ambito di un’indagine sul presunto sfruttamento di lavoratori stranieri impiegati nella raccolta delle arance nei territori di Enna e Regalbuto.

I provvedimenti sono stati eseguiti nella mattinata del 31 luglio 2026 dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Catania, con il supporto dei militari della Compagnia Carabinieri di Paternò, su disposizione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Enna.

L’ordinanza è stata emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Enna. Gli indagati sono ritenuti, a vario titolo e in concorso tra loro, responsabili di aver reclutato, organizzato e impiegato presso terzi lavoratori stranieri irregolari in condizioni di sfruttamento, approfittando del loro stato di bisogno.

Le contestazioni dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento.

Lavoratori impiegati nella raccolta delle arance

L’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Enna riguarda fatti che, secondo quanto ricostruito durante le indagini, si sarebbero verificati tra gennaio e maggio del 2024.

I lavoratori stranieri irregolari sarebbero stati impiegati nella raccolta delle arance in terreni agricoli situati nei comuni di Enna e Regalbuto.

Gli accertamenti hanno consentito agli investigatori di raccogliere elementi sulle modalità di reclutamento, sulle condizioni di lavoro e sul sistema attraverso il quale la manodopera sarebbe stata organizzata e controllata.

Al centro dell’indagine ci sono le condizioni economiche, lavorative e abitative alle quali sarebbero stati sottoposti i braccianti.

Un euro per ogni cassetta raccolta

Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, la retribuzione sarebbe stata calcolata a cottimo, con un compenso di circa un euro per ogni cassetta di arance.

Gli importi corrisposti vengono indicati come palesemente difformi e sproporzionati rispetto ai minimi contrattuali previsti.

A questo si sarebbero aggiunti orari di lavoro particolarmente pesanti, fino a circa 70 ore settimanali, senza giornate di riposo.

L’attività nei campi, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stata svolta anche in violazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro.

I lavoratori sarebbero stati inoltre costretti ad accettare le condizioni imposte attraverso violenze e minacce, all’interno di un sistema che avrebbe sfruttato la loro situazione di vulnerabilità.

L’indagine partita da quattro denunce

A dare origine agli accertamenti sono state le denunce presentate da quattro cittadini marocchini, che lavoravano alle dipendenze di un uomo di nazionalità rumena indicato dagli investigatori come uno pseudo imprenditore.

I quattro lavoratori sono stati sostenuti dall’Associazione Penelope. Sulla base delle loro dichiarazioni, i militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Catania hanno avviato le verifiche necessarie a riscontrare quanto denunciato.

Gli accertamenti hanno riguardato le modalità effettive di impiego della manodopera e hanno consentito di ricostruire il sistema che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe stato utilizzato per organizzare il lavoro nei terreni agricoli.

Domiciliari per il presunto datore di fatto

Uno dei quattro destinatari dei provvedimenti cautelari è stato sottoposto agli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’uomo avrebbe ricoperto il ruolo di datore di lavoro “di fatto”, coordinando il sistema di impiego dei lavoratori.

Per gli altri tre indagati è stato disposto invece l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Questi ultimi, secondo quanto emerso dagli accertamenti, avrebbero operato seguendo le indicazioni del primo soggetto e avrebbero svolto funzioni di controllo direttamente nei luoghi nei quali i lavoratori erano impegnati nella raccolta.

Ritmi di lavoro e modalità intimidatorie

I tre indagati sottoposti all’obbligo di presentazione avrebbero avuto il compito di vigilare sull’attività dei braccianti e imporre ritmi e carichi di lavoro ritenuti sproporzionati.

Le modalità utilizzate vengono descritte dagli investigatori come intimidatorie. Il controllo non avrebbe riguardato soltanto il lavoro svolto nei campi, ma anche le condizioni abitative dei lavoratori.

Secondo la ricostruzione, gli stessi soggetti avrebbero infatti gestito l’alloggio imposto ai braccianti, contribuendo a mantenere una situazione di dipendenza non soltanto economica ma anche abitativa.

Un alloggio senza luce e acqua

Le condizioni abitative costituiscono un altro elemento centrale dell’inchiesta. I lavoratori sarebbero stati ospitati in un immobile fatiscente, privo di luce e acqua.

Le somme richieste per l’affitto sarebbero state direttamente trattenute dal salario dei braccianti. Inoltre, secondo quanto ricostruito, i lavoratori sarebbero stati minacciati di allontanamento dall’alloggio qualora non avessero accettato le condizioni imposte.

Questo meccanismo avrebbe contribuito, secondo l’ipotesi investigativa, a mantenere le persone coinvolte in una condizione di dipendenza economica e abitativa.

Le condizioni di lavoro nei campi e quelle dell’alloggio rappresentano quindi due aspetti della stessa vicenda oggetto degli accertamenti coordinati dalla Procura della Repubblica di Enna.

Permesso di soggiorno per le quattro vittime

I quattro cittadini marocchini indicati come vittime di grave sfruttamento lavorativo possono ora beneficiare del permesso di soggiorno previsto dall’articolo 18-ter del decreto legislativo 286 del 1998.

Il riconoscimento arriva nell’ambito della vicenda emersa dalle loro denunce e dai successivi accertamenti effettuati dai Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Catania.

L’indagine ha portato all’esecuzione delle quattro misure cautelari del 31 luglio, una delle quali agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e tre con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Il procedimento è nella fase preliminare

La Procura precisa che il procedimento penale si trova nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate nei confronti dei quattro indagati dovranno quindi essere sottoposte al vaglio delle successive fasi processuali.

In base al principio costituzionale della presunzione di innocenza, le persone sottoposte a indagine non possono essere considerate colpevoli fino a una sentenza definitiva di condanna.

Le misure eseguite il 31 luglio costituiscono dunque provvedimenti cautelari nell’ambito di un’inchiesta ancora in corso, mentre la responsabilità degli indagati dovrà essere definitivamente accertata nelle sedi giudiziarie previste.

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