🚨 Maxi operazione dei Carabinieri nel Tarantino. Due arresti e sequestro di un grande complesso zootecnico a Laterza. L’indagine, partita dalla morte di un bracciante nel 2024, ipotizza caporalato, sfruttamento del lavoro, omicidio colposo e gravi reati ambientali.
Indagine su azienda zootecnica, quattro indagati e sequestri ingenti
Un’articolata indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Taranto ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due persone e al sequestro preventivo di un vasto complesso zootecnico composto da tre aziende nel territorio di Laterza, in provincia di Taranto. L’operazione è stata eseguita dai militari del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri di Taranto, con il supporto del Nucleo Ispettorato del Lavoro, del Gruppo Carabinieri Forestali di Taranto e del contributo tecnico-scientifico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).
Secondo l’ipotesi accusatoria, quattro persone risultano indagate a vario titolo per reati che comprendono omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, inquinamento ambientale aggravato, disastro ambientale aggravato, favoreggiamento della permanenza irregolare di cittadini stranieri, impiego di lavoratori senza regolare titolo di soggiorno, gestione illecita di rifiuti, realizzazione di una discarica abusiva e ulteriori violazioni amministrative. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e resta valido il principio di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.
L’indagine partita dalla morte di un lavoratore
L’inchiesta ha avuto origine dal decesso di un lavoratore di origine indiana, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024. Quello che inizialmente appariva come un grave incidente sul lavoro ha spinto gli investigatori ad approfondire la vicenda, facendo emergere un quadro molto più ampio che, secondo gli inquirenti, sarebbe caratterizzato da gravi irregolarità nella gestione dell’attività aziendale.
Gli accertamenti medico-legali hanno attribuito la morte a un grave trauma toraco-addominale, ritenuto compatibile con una caduta da una pala caricatrice dopo l’urto del mezzo contro una barriera in cemento tipo “New Jersey”. Dalle verifiche sarebbe emerso che il mezzo era privo di sistemi di ritenuta e presentava ulteriori criticità sotto il profilo della sicurezza. La vittima, secondo la ricostruzione investigativa, non possedeva l’abilitazione necessaria per condurre quel macchinario e si trovava in posizione irregolare sul territorio nazionale.
L’ipotesi di un sistema di sfruttamento della manodopera
L’attività investigativa avrebbe documentato un presunto sistema di sfruttamento dei lavoratori, in prevalenza cittadini stranieri. Le verifiche su contratti, buste paga, documentazione contabile e testimonianze avrebbero evidenziato turni di lavoro molto lunghi, spesso compresi tra dodici e tredici ore giornaliere, con pause ridotte o inesistenti.
Secondo gli investigatori, una parte delle somme formalmente indicate nelle buste paga sarebbe stata successivamente restituita ai datori di lavoro. La retribuzione effettiva sarebbe risultata inferiore a tre euro l’ora e gli inquadramenti contrattuali non avrebbero rispecchiato le mansioni realmente svolte. Gli accertamenti stimano un risparmio illecito superiore a 300 mila euro derivante dalla mancata corresponsione delle retribuzioni dovute.
Le indagini descrivono inoltre una situazione di particolare vulnerabilità dei lavoratori, molti dei quali dipendevano dall’azienda anche per l’alloggio e gli spostamenti. Le difficoltà linguistiche, la precarietà economica e il timore di perdere il lavoro o il permesso di soggiorno avrebbero limitato la possibilità di denunciare le condizioni di impiego o rivendicare i propri diritti.
Condizioni di vita e sicurezza sotto la lente
Le verifiche avrebbero accertato condizioni abitative ritenute non idonee, con locali situati in prossimità delle stalle, presenza di muffe e controlli mediante telecamere installate senza le necessarie autorizzazioni. Gli investigatori riferiscono inoltre dell’assenza di ferie e riposi e di un’alimentazione limitata a pochi prodotti essenziali.
Sul fronte della sicurezza, le contestazioni riguardano la mancata effettuazione di visite mediche obbligatorie, una sorveglianza sanitaria ritenuta incompleta e l’insufficiente valutazione dei rischi derivanti dall’attività lavorativa. Durante un’epidemia di leptospirosi che avrebbe colpito numerosi bovini dell’allevamento, alcuni dipendenti sarebbero stati impiegati senza adeguati dispositivi di protezione individuale. Gli investigatori hanno inoltre rilevato la presenza di coperture in eternit deteriorate.
Le contestazioni ambientali
Un altro importante filone dell’indagine riguarda la gestione dei reflui zootecnici e dei rifiuti. Secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stato realizzato un sistema parallelo di canali, vasche e opere di raccolta destinato a convogliare i liquami fuori dalle aree autorizzate fino a un lago artificiale.
Gli accertamenti tecnici avrebbero documentato la presenza di un bacino alimentato da reflui e sostanze provenienti dalle stalle, con valori di tossicità superiori ai limiti e possibili effetti sull’ecosistema naturale circostante. L’area interessata ricade inoltre all’interno del Parco Regionale Terra delle Gravine, sottoposto a specifici vincoli ambientali e paesaggistici.
Secondo gli investigatori, nel tempo sarebbe stata realizzata anche una discarica abusiva di circa 21 mila metri quadrati. Per la bonifica dell’area, sempre secondo le stime contenute nell’indagine, sarebbe necessario un intervento straordinario del valore di circa 1,6 milioni di euro. Durante l’esecuzione dell’operazione sono stati inoltre sequestrati ulteriori depositi incontrollati contenenti rifiuti elettronici e sostanze chimiche.
Arresti e sequestro del complesso aziendale
L’ordinanza cautelare ha disposto l’arresto di due persone, condotte in carcere, mentre il sequestro preventivo ha riguardato l’intero complesso zootecnico costituito da tre aziende, considerato tra le realtà di maggiori dimensioni del settore a livello nazionale e valutato diversi milioni di euro.
Secondo la ricostruzione della Procura, le diverse ipotesi di reato contestate sarebbero riconducibili a un unico modello gestionale nel quale, sempre secondo l’accusa, lo sfruttamento della manodopera, le violazioni in materia di sicurezza sul lavoro, la gestione illecita dei rifiuti e i presunti danni ambientali costituirebbero aspetti collegati della stessa organizzazione aziendale.
Il procedimento è tuttora nella fase delle indagini preliminari. Le contestazioni formulate rappresentano l’ipotesi accusatoria e dovranno essere valutate nelle successive fasi processuali, nel pieno rispetto del diritto di difesa e della presunzione di innocenza degli indagati fino all’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

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