L’Inghilterra dimentica la lezione di Churchill e perde miseramente con l’Argentina
🇦🇷⚽ Messi dirige l’orchestra, l’Argentina conquista la finale. Nell’editoriale di Antonella Valoroso, la sfida con l’Inghilterra diventa il racconto di un calcio fatto di talento, carattere e “marrullería”, tra richiami storici e la magia senza tempo della Pulga. #Argentina #Messi #Editoriale #Calcio #Mondiale2026
di Antonella Valoroso
La migliore difesa è l’attacco. Lo sanno tutti e lo sapeva soprattutto il grande Sir Winston Churchill quando si ritrovò alla guida del Regno Unito nel momento più buio della storia del suo Paese.
Ma il calcio, per fortuna, non è la guerra. E questa volta a parlare non sono state le armi, ma un pallone. A 44 anni dalla guerra delle Malvinas, Argentina e Inghilterra si sono ritrovate una di fronte all’altra su un campo di calcio. Il destino ha scelto un altro terreno di confronto: quello della tecnica, del coraggio e del talento.
Lasciamo perdere i paragoni tra Maradona e Messi. In campo c’è Messi. E Messi ha guardato il calcio di Maradona imparando, forse, a fare perfino meglio del maestro. È nell’ordine naturale delle cose che gli allievi superino i maestri. Che i figli vadano più lontano dei padri.
La Pulga ha umiliato l’orgoglio e la presunzione de Los Ingleses. Ma la storia di questa partita non è stata soltanto una sfida tra talento e tradizione. Perché questa Argentina ha dimostrato di conoscere tutti i linguaggi del calcio.
È l’Argentina dei fuoriclasse, quella che inventa calcio con Messi, ma anche quella dei marrulleros: la squadra che conosce l’arte oscura della partita, quella fatta di nervi, provocazioni, astuzie e capacità di entrare nella testa degli avversari. Una squadra che, quando serve, sa sporcarsi le mani senza dimenticare la bellezza del gioco.
Perché il calcio non è soltanto tecnica. È anche carattere. È resistenza psicologica. È sapere quando accelerare e quando spezzare il ritmo. È provocare una reazione, costringere l’avversario all’errore, trasformare ogni duello in una battaglia.
E questa Argentina non ha paura di niente.
Non ha paura di soffrire, non ha paura di provocare, non ha paura di aspettare il momento giusto. Fino a ieri sera gli inglesi hanno avuto qualcosa in più rispetto a tutte le altre squadre (inclusa la Spagna). Poi è arrivato il giorno della verità. E l’Inghilterra ha bucato la difesa albiceleste con un gol arrivato, purtroppo per loro, troppo presto.
Los Ingleses hanno commesso l’errore più antico del calcio: hanno pensato di poter difendere soltanto difendendo. Si sono ritirati nel catenaccio, dimenticando la lezione del Trap: catenaccio sì, ma il vero catenaccio ha bisogno del contropiede. Invece i leoni inglesi hanno scelto il catenaccio puro, hanno abbassato il baricentro e hanno consegnato il pallone all’Argentina.
Ed è proprio lì che è uscita l’anima dei campioni.
Dodici assist. Dodici palloni illuminanti disegnati da Messi, due dei quali trasformati in gol. Gli altri raccontano comunque la stessa verità: Lionel Messi vede il calcio qualche secondo prima degli altri. Dove gli altri devono pensare, lui ha già deciso.
(Ci sarebbe poi un capitolo tutto da scrivere sui quasi-gol dell’Argentina. Il regolamento, purtroppo, non concede sconti: eppure, dopo il terzo palo, viene quasi da pensare che dovrebbe esistere un gol assegnato per manifesta ostinazione del destino. O, quanto meno, un rigore di consolazione.)
L’allenatore argentino, emozionato, ha parlato soprattutto della sua gente e dei suoi giocatori: «È difficile far capire alla gente quello che hanno dimostrato». Perché questa vittoria non appartiene soltanto ai numeri, ma a un popolo intero che si riconosce nella propria squadra.
Dispiace soltanto che Papa Francesco non sia qui con noi a festeggiare. Ma starà festeggiando da qualche altra parte con Maradona, Evita, Gardel e il Che. E, perché no, Massimo Troisi e Pino Daniele (per solidarietà con l’amico). Una festa fatta di calcio, musica e poesia.
Per novanta minuti l’Argentina ha trasformato il campo in una sala da concerto. Non sempre con la stessa melodia, non sempre con la stessa armonia, ma con la capacità di un’orchestra che sa anche improvvisare quando la partitura cambia.
E al centro dell’orchestra c’era Lionel Messi.
Non ha semplicemente giocato: ha diretto. Ha accelerato quando serviva, ha rallentato quando era necessario, ha attirato gli avversari per liberare gli spazi ai compagni. Ha passeggiato in area. Ha fatto correre il pallone più degli uomini.
L’Inghilterra, invece, ha dimenticato forse la lezione del suo più grande leader. Churchill aveva promesso al suo popolo «blood, sweat and toil», sangue, sudore e fatica. Oggi, per gli inglesi, restano soltanto «blood, sweat and tears»: sangue, sudore e lacrime.
Messi è arrivato al novantesimo con la stessa leggerezza dell’inizio. Gli altri correvano dietro agli eventi, lui continuava a crearli. È questa la differenza tra un campione e una leggenda: il campione decide una partita, la leggenda lascia l’impressione di aver cambiato il modo in cui quella partita poteva essere giocata.
L’Argentina vola avanti. Con il suo genio, con il suo orgoglio e anche con quella dose di marrullerìa che appartiene da sempre al DNA del calcio sudamericano.
Perché il calcio non è soltanto arte. A volte è anche teatro. E questa Argentina sa recitare tutti i ruoli.
Quando il sipario è calato, gli applausi e le lacrime (di gioia) erano tutti per l’Argentina. Perché anche il teatro, come il calcio, premia chi sa interpretare meglio la propria parte.

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